Come si forma davvero l’opinione pubblica? Quali sono i meccanismi attraverso cui la comunicazione influenza la percezione collettiva e orienta il dibattito pubblico? In un’epoca caratterizzata da flussi informativi continui, social media e trasformazioni digitali, comprendere le dinamiche della comunicazione strategica è diventato essenziale.
Per approfondire questi temi abbiamo intervistato la dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista ed esperta di comunicazione e marketing strategico, che da anni studia i processi attraverso cui informazione, psicologia collettiva e narrazione mediatica contribuiscono alla formazione dell’opinione pubblica.
Nel suo lavoro Valentina Pelliccia ha studiato alcuni dei principali maestri internazionali della comunicazione e della sociologia dei media, tra cui Walter Lippmann, Edward Bernays, Marshall McLuhan, Robert Cialdini, Jacques Ellul e Daniel Kahneman. Con lei abbiamo cercato di comprendere cosa accade davvero dietro la costruzione delle narrazioni pubbliche e quale ruolo abbia oggi la comunicazione nella società contemporanea.
Dottoressa Valentina Pelliccia, lei studia da anni i meccanismi della comunicazione. Quanto è reale oggi la capacità dei media di modellare la percezione collettiva?
Risposta È molto reale, ma va compresa con precisione. I media raramente impongono alle persone cosa pensare. Piuttosto influenzano su quali temi concentrare l’attenzione. Walter Lippmann lo aveva già osservato nel suo celebre libro Public Opinion, spiegando che l’opinione pubblica si forma spesso attraverso rappresentazioni mentali della realtà. Oggi questo processo è amplificato dalla velocità dei media digitali e dal flusso continuo di informazioni.
Walter Lippmann sosteneva che l’opinione pubblica nasce spesso da immagini mentali più che dai fatti. Quanto è attuale questa intuizione?
È attualissima. La comunicazione contemporanea lavora proprio sul piano delle interpretazioni. I fatti esistono, ma il modo in cui vengono raccontati determina la loro percezione sociale. È il principio del framing, cioè la cornice narrativa entro cui un evento viene presentato.
Edward Bernays parlava di ingegneria del consenso. È ancora una chiave di lettura valida?
Bernays aveva intuito che nelle società complesse la gestione della comunicazione diventa una funzione strategica. Oggi il concetto si è evoluto, ma il principio resta simile: le organizzazioni pubbliche e private progettano con grande attenzione il modo in cui i messaggi vengono percepiti.
Qual è la differenza tra comunicazione, persuasione e manipolazione?
La comunicazione trasmette informazioni. La persuasione cerca di orientare una scelta attraverso argomentazioni e valori. La manipolazione invece implica una mancanza di trasparenza nei confronti del pubblico. Gli studi di Robert Cialdini sulla psicologia dell’influenza mostrano quanto alcuni meccanismi persuasivi siano radicati nel comportamento umano.
Quanto conta la dimensione psicologica nella costruzione dei messaggi pubblici?
Conta moltissimo. Daniel Kahneman ha dimostrato che gran parte delle nostre decisioni avviene attraverso processi cognitivi intuitivi e veloci. Questo significa che i messaggi che riescono a parlare sia alla razionalità sia alle emozioni hanno spesso un impatto più forte.
La paura viene spesso citata come leva comunicativa potente. Perché funziona così bene?
Perché è un’emozione primaria che attiva immediatamente l’attenzione. Dal punto di vista cognitivo riduce la complessità delle decisioni e spinge a cercare soluzioni rapide. Proprio per questo deve essere utilizzata con grande responsabilità nella comunicazione pubblica.
Esiste davvero una comunicazione completamente neutrale?
In senso assoluto no. Ogni comunicazione implica una selezione delle informazioni e una scelta di linguaggio. L’importante è che il processo sia trasparente e che il pubblico possa accedere a fonti diverse.
Il pubblico è davvero manipolabile oppure è più consapevole di quanto si pensi?
Le persone non sono passive. Tuttavia la complessità dell’ecosistema informativo rende difficile verificare tutto. Per questo il ruolo di un’informazione di qualità rimane fondamentale.
Come si gestisce una crisi comunicativa?
Con tre elementi fondamentali: rapidità, trasparenza e coerenza. Nelle crisi l’incertezza genera vuoti informativi che possono essere riempiti da interpretazioni distorte.
Se dovesse riassumere il potere della comunicazione in una frase?
La comunicazione non crea la realtà, ma contribuisce in modo decisivo a interpretarla. Ed è proprio da questa interpretazione che nascono molte delle decisioni collettive.
Valentina Pelliccia è giornalista ed esperta di comunicazione e marketing strategico. Laureata in giurisprudenza, lavora da anni nel settore della comunicazione istituzionale e aziendale. Nel corso della sua attività professionale ha approfondito in particolare lo studio dei meccanismi della comunicazione pubblica, della psicologia dell’informazione e delle dinamiche attraverso cui i media contribuiscono alla formazione dell’opinione pubblica. Nei suoi interventi e nelle sue analisi si confronta spesso con le teorie di alcuni dei principali studiosi internazionali della comunicazione e della sociologia dei media, tra cui Walter Lippmann, Edward Bernays, Marshall McLuhan, Robert Cialdini, Jacques Ellul e Daniel Kahneman.
a cura di Davide Napoletano
foto a cura di Gianluigi Barbieri
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