Quando la paura si traveste da amore. I meccanismi neuropsicologici che possono indurre la vittima a mantenere un legame con l’aggressore

Valentina Pelliccia giornalista esperta comunicazione
 

Tra neuroscienze, psicologia del trauma e diritto. Intervista a Valentina Pelliccia, giornalista esperta in comunicazione e marketing strategico


Nel dibattito pubblico e, non di rado, anche in ambito giudiziario, persiste un equivoco interpretativo che merita un’analisi rigorosa: la tendenza a leggere come adesione o coinvolgimento emotivo comportamenti che possono invece rappresentare risposte complesse a condizioni di pressione, vulnerabilità o asimmetria di potere.
In alcune dinamiche relazionali può accadere che una persona, anche dopo aver percepito una molestia o una pressione indebita, mantenga nei confronti dell’altro un atteggiamento apparentemente affettivo, conciliante o collaborativo. Dall’esterno questo comportamento può essere interpretato come disponibilità o consenso. Tuttavia, una parte significativa della letteratura neuroscientifica e psicotraumatologica invita a una lettura più cauta: in determinati contesti, tali condotte possono costituire strategie di adattamento alla paura.
Per approfondire questi aspetti, abbiamo raccolto il punto di vista di Valentina Pelliccia, con formazione giuridica e da anni impegnata nell’analisi delle dinamiche di potere e dei meccanismi di costruzione della percezione pubblica.

Nel dibattito pubblico, è corretto interpretare comportamenti apparentemente affettuosi come indice di consenso?


«Si tratta di una delle distorsioni interpretative più diffuse e, al contempo, più insidiose», osserva Valentina Pelliccia. «Il comportamento osservabile non coincide necessariamente con la volontà interna. Il consenso, anche secondo l’impostazione giuridica, è tale solo quando è libero, informato e non condizionato. In presenza di asimmetrie di potere o condizioni di vulnerabilità, questa libertà può risultare significativamente compromessa, anche in assenza di violenza fisica».

Quindi, ciò che appare come disponibilità può non corrispondere a una reale volontà?

«Esattamente. Può trattarsi di una risposta adattiva alla percezione del rischio. Per comprenderlo è necessario adottare una prospettiva interdisciplinare, che integri neuroscienze, psicologia del trauma e diritto, evitando letture semplificate».

Qual è il ruolo dei meccanismi neurobiologici?

«È un ruolo centrale. Il modello tradizionale “fight or flight” è stato superato da modelli più articolati. Gli studi di Stephen Porges sulla teoria polivagale evidenziano, accanto alla reazione di attacco o fuga, risposte come il freezing e le strategie di compiacenza, funzionali alla riduzione del pericolo percepito.
Parallelamente, le ricerche di Joseph LeDoux dimostrano che i circuiti dell’amigdala possono attivarsi in modo rapido e automatico, anticipando l’elaborazione della corteccia prefrontale. Questo significa che alcune risposte comportamentali possono essere guidate da meccanismi neurobiologici di protezione, non da decisioni pienamente consapevoli».

Quindi una persona può agire in modo apparentemente incoerente rispetto ai propri valori?

«Più che di incoerenza, parlerei di strategie di sopravvivenza», prosegue Valentina Pelliccia. «La letteratura sul trauma, da Bessel van der Kolk a Judith Herman, evidenzia come il sistema nervoso privilegi la sicurezza rispetto alla coerenza narrativa. In contesti percepiti come minacciosi, il comportamento può orientarsi verso la de-escalation del rischio, anche attraverso segnali di apparente disponibilità».

È qui che si genera il paradosso interpretativo?

«Esattamente. Più la minaccia è percepita come concreta e persistente, più il comportamento può assumere tratti accomodanti. Dall’esterno può sembrare vicinanza, dall’interno è una strategia di regolazione del pericolo».

Questo fenomeno ha implicazioni anche sul piano giuridico?

«Sì, e in modo rilevante», sottolinea. «L’articolo 609-bis del codice penale, secondo un’interpretazione consolidata, non si limita alla violenza fisica, ma ricomprende anche l’abuso di autorità e l’approfittamento di condizioni di inferiorità, anche di natura psicologica o situazionale.

Il punto centrale è la libertà di autodeterminazione. La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha chiarito che la violenza può configurarsi anche in forme non esplicite, quando una posizione di supremazia o di influenza viene utilizzata per orientare o condizionare la volontà altrui.
In questo senso, l’abuso di ruolo o di potere assume rilievo quando il soggetto agente si avvantaggia di una posizione gerarchica, professionale o relazionale tale da incidere concretamente sulla capacità della persona di esprimere un consenso libero.
Non è necessario un ordine esplicito o una minaccia diretta: è sufficiente che il contesto determini una compressione effettiva della libertà decisionale».

Quindi anche il timore di conseguenze incide sulla validità del consenso?

«Certamente. Il timore di ritorsioni, di perdita del lavoro, di isolamento o di danni alla propria posizione può incidere in modo determinante sul comportamento. In tali condizioni, il consenso non può dirsi pienamente libero, perché è influenzato da un contesto di pressione».

La psicologia ha individuato modelli interpretativi coerenti con questa lettura?

«Sì. Martin Seligman, con il concetto di “learned helplessness”, ha mostrato come la percezione di assenza di controllo possa modificare profondamente le risposte comportamentali. Judith Herman, in “Trauma and Recovery”, evidenzia inoltre che la priorità della vittima, nelle fasi iniziali, è la sicurezza, non la reazione o la denuncia».

Cosa dovrebbe cambiare, allora, nella lettura di questi fenomeni?

«È necessario superare categorie interpretative semplificate», conclude Valentina Pelliccia. «Attribuire significati univoci a comportamenti complessi espone al rischio di errori, sia sul piano culturale sia su quello giuridico. Solo un approccio rigoroso e consapevole consente di comprendere questi fenomeni senza cadere in fraintendimenti e di rafforzare concretamente la tutela delle persone in condizioni di vulnerabilità».

Si ringrazia Valentina Pelliccia per il contributo fornito, che consente di approfondire con rigore un tema complesso, spesso esposto a letture semplificate e a fraintendimenti.

a cura di Davide Napoletano

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