Occhiaie, rughe, pori, asimmetrie, gonfiore: caratteristiche fisiologiche del volto vengono sempre più spesso presentate come problemi da correggere. Ma cosa accade psicologicamente quando impariamo a osservare il nostro corpo attraverso la lente del difetto?

C’è stato un tempo in cui avere le occhiaie significava, semplicemente, avere le occhiaie. Una ruga era una ruga, i pori erano parte della pelle, un volto non perfettamente simmetrico era semplicemente un volto.

Oggi, invece, rischiamo di assistere a un fenomeno più sottile: la progressiva patologizzazione della normalità estetica.

Non si tratta di demonizzare la medicina estetica, la cosmetica o la cura del proprio aspetto. Desiderare di sentirsi più belli, utilizzare il make-up o scegliere un trattamento estetico può rappresentare una libera espressione della propria identità e non costituisce, di per sé, un problema psicologico.

La questione interessante nasce prima: come arriviamo a decidere che una determinata caratteristica del nostro corpo sia un difetto?

Prima si crea il difetto, poi arriva la soluzione

Il meccanismo può essere sorprendentemente semplice.

Qualcuno porta la nostra attenzione su una caratteristica che fino a quel momento avevamo quasi ignorato. Le viene attribuito un nome, viene mostrata ripetutamente, viene confrontata con un ideale estetico e, progressivamente, può essere percepita come qualcosa che non dovrebbe esserci.

Solo successivamente compare la soluzione: il prodotto, il trattamento, la procedura in grado di eliminarla o attenuarla.

Dal punto di vista psicologico questo passaggio è particolarmente interessante perché l’attenzione modifica il modo in cui percepiamo noi stessi.

Se una persona viene continuamente invitata a controllare una determinata zona del viso, è possibile che inizi effettivamente a osservarla con maggiore frequenza. E più la osserva, più quel particolare acquista importanza.

Nasce così una forma di monitoraggio dell’aspetto: “Ce l’ho anch’io?”, “Quanto si vede?”, “Gli altri lo noteranno?”, “Dovrei fare qualcosa?”.

Il corpo smette gradualmente di essere qualcosa che abitiamo e rischia di trasformarsi in qualcosa che ispezioniamo.

Lo specchio non è più soltanto uno specchio

La percezione del nostro aspetto non nasce nel vuoto. È influenzata dal confronto sociale, dai modelli culturali, dalle immagini alle quali siamo esposti e dai criteri attraverso cui impariamo a valutare ciò che vediamo.

I social media hanno amplificato enormemente questa dinamica.

Ogni giorno osserviamo volti selezionati, illuminati, truccati, filtrati, modificati o semplicemente ripresi nelle condizioni migliori. Il problema non è soltanto confrontarsi con persone considerate più attraenti. È che progressivamente può cambiare il nostro parametro di normalità.

Una pelle reale ha pori. Un viso reale presenta asimmetrie. Il contorno degli occhi cambia con il sonno, l’età, la genetica e lo stile di vita. Il volto si modifica quando sorridiamo e il tempo lascia inevitabilmente dei segni.

Eppure, se siamo esposti prevalentemente a immagini nelle quali queste caratteristiche vengono cancellate, attenuate o presentate come imperfezioni, possiamo cominciare a percepire come anomalo proprio ciò che è fisiologico.

È un paradosso contemporaneo: non è necessariamente il corpo a essere cambiato. Può essere cambiato lo sguardo con cui lo osserviamo.

Quando la cura di sé diventa sorveglianza di sé

Esiste una differenza importante tra prendersi cura del proprio aspetto e sentirsi costantemente obbligati a correggerlo.

La prima esperienza può nascere dal piacere: scelgo un trattamento perché mi piace, mi trucco perché mi diverte, modifico qualcosa perché desidero farlo.

La seconda può essere alimentata dalla sensazione di essere continuamente inadeguati rispetto a uno standard che, peraltro, continua a spostarsi.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più delicati: se ogni caratteristica può diventare un’imperfezione, il lavoro di correzione non finisce mai.

Eliminato un presunto difetto, se ne può individuare un altro.

La domanda allora non dovrebbe essere semplicemente: “Cosa posso fare per correggerlo?”, ma anche: “Avrei considerato questa caratteristica un problema se qualcuno non mi avesse insegnato a guardarla come tale?”

Non significa rinunciare alla libertà di intervenire sul proprio corpo. Al contrario, significa provare a rendere quella scelta davvero nostra.

Riappropriarsi di uno sguardo più realistico

Accettare il proprio corpo non significa necessariamente amare ogni centimetro di sé ogni giorno. È un’aspettativa altrettanto irrealistica.

Significa anche riuscire a tollerare che il corpo possa avere caratteristiche che non corrispondono perfettamente agli ideali estetici senza trasformarle automaticamente in problemi da risolvere.

Possiamo prenderci cura della pelle senza pretendere che non abbia pori. Possiamo desiderare di apparire riposati senza considerare patologica un’occhiaia. Possiamo utilizzare la medicina estetica senza convincerci che invecchiare rappresenti un fallimento personale.

Forse una delle sfide psicologiche della nostra epoca sarà proprio questa: distinguere ciò che desideriamo davvero cambiare da ciò che abbiamo imparato a considerare sbagliato.

Perché prendersi cura di sé può essere una scelta.

Sentirsi continuamente da correggere è qualcosa di molto diverso.

E, soprattutto, un corpo reale non è un insieme di difetti da risolvere.

Dott.ssa Ilaria La Mura

Psicologa Psicoterapeuta

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Davide Napoletano è il fondatore, direttore responsabile e Presidente dell’associazione e testata giornalistica online Streetnewsmagazine. Graphic Designer, Social Media Manager, Web Designer e organizzatore di eventi, da sempre unisce creatività, comunicazione e impegno sociale. È inoltre ideatore e fondatore dell’evento benefico “L’Amore Conta”, nato in memoria del fratello Vincenzo Napoletano, con l’obiettivo di promuovere solidarietà, sensibilizzazione e partecipazione attraverso la forza della comunità.

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