La critica pubblica e il confine con l’attacco personale

Nel panorama dello spettacolo contemporaneo la linea di demarcazione tra la legittima critica e l’attacco personale è diventata sempre più sottile.

Quando ho deciso di esprimere pubblicamente il mio dissenso nei confronti del fenomeno televisivo e culturale rappresentato da Valeria Marini, sapevo di andare incontro a facili fraintendimenti.

Il recente riscontro sui social, con un singolo post capace di toccare i 2 milioni di visualizzazioni su Instagram, dimostra però quanto il tema tocchi una corda scoperta nel pubblico.

La risposta del pubblico

La reazione iniziale di una nicchia di utenti ha seguito un copione prevedibile: l’accusa di accanimento.

Ma fermarsi a questa lettura significa ignorare il dato più macroscopico e significativo di questa vicenda: la reazione della stragrande maggioranza della gente.

Scorrendo i commenti, oltre il 90% delle persone si schiera apertamente a favore della mia tesi.

Un coro unanime di utenti stanchi di vedere la televisione occupata da un non talento sistematicamente celebrato.

Moltissimi mi ringraziano esplicitamente, scrivendo frasi come “sei la voce di tutti noi”.

Questo sostegno di massa non è un semplice dato statistico, ma una prova di verità.

Quando la quasi totalità delle persone concorda in modo così netto su un’analisi, significa che non siamo di fronte a un’opinione isolata o a un risentimento personale, ma alla constatazione di un fatto oggettivo.

Difendere il merito significa difendere l’arte

La mia non è una battaglia contro l’individuo.

È, al contrario, l’esercizio di una precisa etica professionale a difesa dell’arte vera.

Sostenere la cultura e lo spettacolo significa anzitutto proteggerne gli standard.

Quando la ribalta viene costantemente occupata da un personaggio che fa dell’auto-celebrazione il proprio unico spartito, privo di un reale riscontro in termini di competenze, tecnica o talento oggettivo, il silenzio diventa complicità.

Non si tratta di “giudicare la persona”, ma di analizzare freddamente ciò che quella persona rappresenta sul palcoscenico pubblico.

Dire la verità non è aggressività

Dire la verità, oggi, viene spesso scambiato per aggressività.

In un ecosistema mediatico dominato dal finto perbenismo e da complimenti reciproci privi di fondamento, sollevare il velo sull’assenza di sostanza artistica è percepito come un atto di rottura.

Eppure, denunciare chi non rappresenta il talento non è un capriccio: è l’unico modo rimasto per tutelare e dare valore a chi il talento lo possiede davvero, a chi studia, a chi fatica e a chi l’arte la onora ogni giorno con i fatti e non con i cliché.

Una provocazione a difesa del merito

Il milionario riscontro numerico e l’abbraccio virtuale dei tantissimi che si riconoscono nelle mie parole non sono un traguardo personale, ma la conferma che esiste una comunità stanca dell’apparenza a tutti i costi.

Finché l’arte verrà confusa con il semplice presenzialismo e con la narrazione iperbolica di se stessi, io continuerò a non starci.

Difendere il merito, spalleggiato da una platea stufa della mediocrità, resta l’unica provocazione che vale la pena di essere portata avanti.

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