Nel silenzio del Brahmasthan dell'India: una resa consapevole al flusso della vita


 «Ducunt volentem fata, nolentem trahunt» (Seneca)

Arrivare nel Brahmasthan, nel cuore silenzioso dell’India, dopo un viaggio avventuroso e costellato di imprevisti, è stato come attraversare una serie di barriere interiori, di resistenze e ostacoli mentali. Quelli già emersi con forza nella fase di pianificazione erano stati superati grazie alla pazienza e al supporto dell'insegnante di Meditazione Trascendentale Giulia. Il resto del lavoro, inevitabilmente, spettava a me. Sebbene all’inizio la stanchezza fosse ancora palpabile, quasi senza accorgermene il tempo ha iniziato a rallentare, fino a perdere progressivamente significato. L'atmosfera, pervasa da una quiete profonda, invitava spontaneamente al raccoglimento interiore. La natura circostante — alberi antichi, cieli sconfinati, il canto discreto degli uccelli, il sorriso luminoso di bambini del villaggio di Bijauri che non hanno nulla eppure sembrano possedere tutto — non faceva solo da sfondo: entrava dentro con dolcezza ma in modo sicuro. Una presenza viva e costante, che accompagnava le giornate ed esortava a tornare lentamente all’essenziale.

La full immersion di meditazione, completata dai sutra del programma avanzato delle Sidhi, scandiva il ritmo delle giornate con una puntualità quasi rituale. Ciò che abitualmente affolla la mente perdeva peso e urgenza, non di colpo, ma gradualmente, fino a dissolversi quasi del tutto. In quello spazio che si apriva, diventava possibile sperimentare stati di quiete impagabile: una presenza vigile, a tratti sottile, e una pace che non dipendeva più da ciò che accadeva all’esterno, ma che affiorava spontaneamente dal campo della coscienza.

Tra i momenti più intensi, l’ascolto dei canti dei pandit, esperti e studiosi della tradizione vedica, veri e proprio “creatori di pace” secondo gli obiettivi del progetto Maharishi: mantra ancestrali risuonavano come vibrazioni primordiali. E non si trattava neppure di ascoltare passivamente: il suono attraversava il corpo, a volte quasi disturbava, altre volte scioglieva resistenze inattese. I versi sembravano accordare l’interiorità ad una frequenza più fine, favorendo un senso di unità e di vibrante connessione. In quei momenti avevo la sensazione che qualcosa stesse cambiando, anche se non sempre - e non subito - ero in grado di dare un nome o comprendere la direzione del cambiamento in atto. Fondamentale è stata anche la dimensione della condivisione. Con Clelia, che ha provvidenzialmente condiviso il viaggio con me, si è creata sin dall'inizio un'armonia scanzonata e leggera, mentre con gli altri compagni di avventura il legame non è nato all’istante: si è costruito nei silenzi, negli sguardi, nelle conversazioni - spesso semplici, talvolta esitanti, talaltra intense. Confrontarsi sulle proprie esperienze interiori, cosa avvenuta grazie al continuo sopporto di attenti course leader come Norma e Chris, riconoscersi nei dubbi e nelle intuizioni altrui può generare un senso di reale appartenenza, lontano da ogni retorica. In quel clima di apertura e rispetto reciproco, è emersa così una capacità di ascolto ed empatia che, nella vita quotidiana, difficilmente trova spazio.

Lasciare il Brahmasthan non ha significato davvero andarsene. L’esperienza è rimasta come una traccia indelebile. La pace assaporata, la possibilità di tornare al silenzio e di accedere a stati più profondi di coscienza sono diventate risorse da portare con sé, insieme alla consapevolezza che non sempre è facile richiamarle quando tutto accelera di nuovo. Del Brahmasthan porto soprattutto la forza di lasciar scorrere il tutto: una forma di accettazione, per così dire stoica, al flusso karmico della vita, che non ha nulla di passivo, ma che somiglia piuttosto ad una lucida follia e ad una resa consapevole. Lì dove smettere di opporsi non è una rinuncia, ma — almeno per un momento — un atto di autentica libertà.




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