“DIO TI AMA, MA NOI NO”: IL BATTESIMO NEGATO, IL MIO ESILIO E L’ URLO CHE FARÀ TREMARE I PULPITI”.


Il silenzio degli onesti è complice, ma il silenzio di chi dovrebbe amarti è un delitto. Scrivo questo articolo non per aprire un diario intimo o per cercare una sterile consolazione, ma per esercitare un dovere di cronaca. Una cronaca cruda, diretta, necessaria. È l’analisi di un abuso spirituale e psicologico consumato nell'ombra, dentro i confini di 
comunità che si professano porti sicuri e che invece si rivelano essere dogane spietate. Oggi assistiamo a uno sdoppiamento sociale spaventoso: da un lato un mondo esterno che faticosamente si evolve e impara ad accogliere, dall'altro una sottocultura ecclesiale che discrimina nell'oscurità, preferendo un peccatore ipocrita e nascosto a un uomo sincero alla luce del sole. Per anni sono stato l'ingranaggio perfetto di questo sistema. Sono cresciuto respirando le parole che piovevano dall'alto del pulpito, convinto che quel Dio di cui mi parlavano fosse davvero un Amore senza confini. Ero un "figlio al centro", un punto di riferimento per le comunità che ho servito. 

Ci ho messo l'anima, il tempo, la giovinezza. Poi, è bastato un solo istante di luce per far crollare l'intero teatro. È bastato pronunciare sei parole limpide, prive di vergogna: “Sono gay, amo Dio e non rinuncio alla mia fede”. In quel preciso momento, la mia carne ha smesso di essere sacra ed è diventata invisibile. Le stesse porte che mi avevano cullato da bambino mi sono state sbattute in faccia con la fredda violenza del dogma. Non cercavano il dialogo, cercavano la mia cancellazione o per lo meno il mio rientro ad un identità che non mi apparteneva. Una cosa che questo sistema mette anche in atto è sbarrare l'accesso alla salvezza, ergendosi a doganieri dello Spirito come se fossero loro i salvatori del Vangelo al posto di Cristo stesso. Negano il Battesimo a tutti gli altri che lo desiderano a quei ragazzi ed a quelle persone che cercano disperatamente quel segno d'appartenenza a Dio per sentirsi finalmente a casa. Sbarrano la strada e negano l’accoglienza a chi non rientra nei loro canoni umani nella loro visione (perché è così che loro la chiamano ). Dimenticano che Cristo stesso diede quel segno d'appartenenza a chiunque credeva, senza filtri, senza esami preventivi, senza barriere legate all'orientamento sessuale o all'identità. 

Cristo accoglieva i centurioni, i pubblicani, i rifiutati, chiedendo solo la fede del cuore. Loro, invece, gestiscono i rubinetti della Grazia come se fossero i padroni assoluti della sorgente. Ma non si può privatizzare Dio: quel segno di appartenenza è un diritto divino di chi crede, non un premio di conformità morale. Mi ha ferito profondamente vedere come, nel momento del bisogno più viscerale, persino la pietà umana venga subordinata alle regole. Per un anno intero mio padre è rimasto inchiodato a un letto, spegnendosi lentamente, giorno dopo giorno. In quell'anno di agonia ho teso la mano verso le comunità che mi avevano visto crescere. Ho chiesto preghiere, ho chiesto una presenza. La risposta è stata il vuoto pneumatico. Nessun passo nei corridoi, nessuna chiamata, nessun accenno di umana compassione. Ci hanno lasciato completamente soli a gestire il peso della morte di mio padre e il crollo della mia stessa vita. Ricordo perfettamente quelle notti passate su un divano con il respiro affannoso di mio padre nell'altra stanza. 

Nella tv di casa risuonavano le canzoni cristiane quelle stesse melodie che per anni avevano accompagnato la mia preghiera. In quei momenti, ogni accordo e ogni parola sull'amore di Dio sembravano darmi forza e speranza per non mollare. Eppure in quella Solitudine era come se le comunità mi stessero sputando in faccia il loro verdetto: “Dio ti ama, forse, ma noi no. E i padroni di Dio siamo noi”.Hanno usato il mio orientamento sessuale come una scusa teologica per disertare il dovere cristiano della carità. Eppure, proprio in quel deserto che puzzava di ospedale, di farmaci e di solitudine, io Cristo non l'ho perso. L'ho trovato. Ma non aveva il volto dei troni d'oro o delle certezze di chi parla dal pulpito. Era un Cristo nudo, vero, ferito, spogliato da tutte le sovrastrutture e le ipocrisie degli uomini. Era lì, seduto su quel divano accanto a me, a piangere le mie stesse lacrime. Lì ho capito che Dio si trova quasi sempre altrove rispetto a dove lo vendono loro. Non si trova solo tra 4 mura di una chiesa o dalle loro beffeggiandi prediche adornate di musica e spettacolo. 

Oggi non scrivo da vittima. La mia voce non trema più: ruggisce. Scrivo questo articolo per far tremare le pareti della loro indifferenza e per lanciare un grido di riscatto. Oggi io cerco l'appoggio di qualcuno che abbia una responsabilità spirituale e istituzionale, ma che sappia guardare l'uomo prima del codice. Cerco un responsabile, un reverendo, un pastore, chiunque possa finalmente aprire le braccia ed accogliere chi è stato rigettato.


Cerco leader che non abbiano paura di sporcarsi le mani con il fango dei nostri esili, che abbiano la forza evangelica di schierarsi pubblicamente e dire a chi è stato cacciato: "Tu appartieni a Dio, questa è casa tua". C'è un popolo di figli invisibili, feriti dall'esclusione e privati di quel segno d'appartenenza che spetta loro di diritto, che ha solo bisogno di guide vere, capaci di incarnare l'abbraccio di Cristo e non la freddezza della burocrazia ecclesiastica.


Qualcuno mi ha chiesto : Vincenzo, sogni una chiesa?

Sì, la sogno con la forza incrollabile di chi non si lascerà mai spegnere. Sogno una Chiesa che sia finalmente grembo materno e mai più tribunale, un luogo sacro che non ti chieda chi sei o chi ami, ma che si curi soltanto di dove ti fa male. Cristo non ha mai fatto selezione all'ingresso, ha spalancato le braccia sulla croce per raccogliere l'umanità intera, senza condizioni. So che quel momento non è molto lontano e io sono qui, in prima linea, per tenerne vive le fondamenta e per non permettere a nessuno di rubarci il cielo. 


Li perdoni?

Sì, li perdono. Ma non per sottomissione o debolezza: lo faccio perché scelgo, con tutto me stesso, di rimanere radicato nell'amore di Cristo. Nonostante mi abbiano buttato fuori dalle loro mura, nonostante mi abbiano sbattuto le porte in faccia nel momento del mio dolore più atroce, non sono riusciti e non riusciranno mai a buttarmi fuori dall'abbraccio di Dio. Il mio perdono è la decisione sovrana di non farmi contaminare dal loro rifiuto, di non permettere al loro veleno di spegnere la mia luce.


In quelle notti sul divano, tra le lacrime, ho capito il senso profondo di ciò che San Paolo scrive in 1 Corinzi 13:  «L’amore è magnanimo, benevola è la carità... tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non verrà mai meno».

Loro hanno scelto la rigidità del dogma che esilia; io scelgo l'amore che non viene mai meno. Mi hanno cacciato dalle loro strutture umane, ma nessuno ha il potere di esiliarmi dal cuore di Gesù. Il mio perdono è questo: restare nell'amore nonostante tutto il fango che mi hanno lanciato addosso. È questa la mia vittoria più grande, più dolce e più potente. Li perdono perché io amo, e chi ama è libero.

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