Tavoli
tecnici, "specificità" sulla carta, distacchi sindacali allungati per
i capi e promesse di soldi che forse arriveranno nel 2027 (se avanza qualcosa).
Intanto l'inflazione si rimangia i contratti e le forze dell'ordine perdono il
20% del potere d'acquisto. Ma il governo, che ama tanto i selfie in caserma,
offre pagherò. E alcuni sindacati complici corrono a firmare tre giorni prima
della protesta per non disturbare il manovratore.
C’è una categoria di miracoli che
riesce benissimo a questo governo, che qualcuno chiama di patrioti da salotto:
la moltiplicazione dei selfie e la contemporanea sparizione dei soldi.
Ci riferiamo all’ultimo capolavoro
andato in scena nei cosiddetti "tavoli tecnici" del 9 e 10 luglio per
il rinnovo contrattuale 2025-2027 del comparto Difesa e Sicurezza.
Per mesi ci hanno ammorbato con la
retorica del "rispetto per le divise", della "sicurezza prima di
tutto", della "specificità del comparto".
Poi leggi le carte ufficiali, gli
impegni che l'esecutivo ha messo nero su bianco per convincere le Associazioni
Professionali a Carattere Sindacale tra Militari (APCSM) a firmare, e ti
accorgi che non è un contratto: è un libretto degli assegni a vuoto.
Una collezione di "ci
impegneremo", "valuteremo", "ove possibile". Con un
retrogusto che sa di beffa: siccome i soldi per gli stipendi non ci sono, il
governo elargisce prebende e comodità ai sindacalisti che dovrebbero firmare la
resa.
Ma andiamo con ordine, scorrendo i
quattro comandamenti della truffa contrattuale.
Al punto uno del tavolo del "poi
si vedrà" il Governo – dopo aver citato fior di leggi e ricordato quanto
sia specifica la vita di chi sta in strada o in caserma – si impegna
solennemente ad... “aprire un tavolo” sulla previdenza completare.
Avete letto bene. Non a mettere un
euro sulle pensioni o sulle indennità, ma a convocare un tavolo entro 90 giorni
dalla firma per "verificare possibili idonee soluzioni".
Traduzione dal politichese: voi
firmate il contratto al ribasso oggi, e noi tra tre mesi vi offriamo un altro
giro di chiacchiere con ben cinque ministeri (Funzione Pubblica, Interno,
Difesa, Lavoro ed Economia), ottimi per scaricarsi la colpa a vicenda quando
diranno che i fondi non ci sono.
Per chi ha la memoria corta, ad agosto
potrebbe bastare un'altra seratona al Papete per far saltare anche questo
Governo dei record di longevità. E addio all'apertura del "tavolino da
campeggio" per vedere pensioni più dignitose per i lavoratori con le
stellette.
Al punto due si citano le risorse
"ove possibile" (caso mai), dove si tocca il vertice del
lirismo contabile. Il Governo si impegna a "reperire, nell'ambito della
legge di bilancio per l'anno 2027, ove possibile, nel rispetto dei saldi di
finanza pubblica, “ulteriori risorse". Notare le clausole di
salvaguardia: siamo nel 2026, si parla della Finanziaria del 2027, condizionata
all'ennesimo "se avanza qualcosa".
È il classico schema del "pagherò
a Babbo Natale". Se il ministro Giorgetti certificherà i conti in rosso –
e lo sono sempre – i poliziotti e i militari si attaccano al FESI (il Fondo per
l'Efficienza dei Servizi Istituzionali), rimasto a secco.
Terzo impegno: trovarsi a luglio 2027
per fare una "verifica congiunta" con Istat e Ragioneria
Generale dello Stato per vedere come vanno i salari. Un po' come se il medico
dicesse al malato: "Tu intanto prendi questa pillola di zucchero, poi
tra un anno e mezzo facciamo un'autopsia per vedere se sei morto di fame".
Ma allora, vi chiederete, come spera
il governo di convincere i rappresentanti dei militari a firmare un simile
bidone? Semplice, applicando la più vecchia delle regole della casta: se non
puoi dare i soldi alla base, dai i privilegi ai vertici.
Il punto quattro è un monumento al
sindacalismo di complemento. Il governo promette modifiche normative ad
hoc: i distacchi sindacali passano da 3 a 4 anni (così si allineano alla durata
del mandato e nessuno rischia di tornare in servizio prima del tempo), il
limite massimo dei distacchi scende da 5 a 4 ma gli anni totali cumulabili da
ogni singolo dirigente salgono da 15 a 16. E, chicca finale, viene eliminato
l'obbligo di interruzione tra un distacco e l'altro in caso di mandati
consecutivi. In pratica, una cattedra a vita per non indossare mai più la
divisa. Più distacchi per tutti (i capi), meno soldi per gli altri.
Naturalmente, per far digerire una
simile polpetta avvelenata serve tempismo. E infatti il tradimento a firma dei
sindacati compiacenti si sta per compiere, con la precisione di un orologio
svizzero.
Le maggior parte delle sigle
firmatarie hanno già manifestato la volontà di calare le braghe nelle
prossime settimane, aderendo con entusiasmo alla proposta del Governo.
Il dettaglio non è casuale, ma
squisitamente politico: hanno deciso che la firma avverrà “pochi giorni
prima della manifestazione nazionale che sta facendo tremare i palazzi
del potere romano. Tutto organizzato a tavolino, insomma. Si firma in fretta
e furia su una lettera di impegni totalmente vuota di risorse economiche, così
da svuotare la piazza, disinnescare la protesta e blindare l'accordo prima
che la rabbia della base si veda sotto le finestre dei ministeri.
E i soldi dove sono?
Mentre i tavoli tecnici partoriscono
queste perle di burocrazia autoreferenziale, la realtà dei fatti presenta un
conto salatissimo. Un conto che i geni di Palazzo Chigi fingono di non vedere.
L'inflazione cumulata nel periodo 2016-2024 ha toccato la cifra monstre del
19,8%, spinta dal picco drammatico del biennio 2022-2023 (+8,1% e
+5,4%).
L'equazione è spietata: a fronte di
aumenti nominali sbandierati nei telegiornali governativi come
"storici" (i famosi 100-120 euro netti al mese del triennio
precedente), il potere d'acquisto reale è colato a picco. Un agente, un
sergente o un maresciallo oggi, nel 2026, hanno in tasca il “20% in meno”
di capacità di spesa rispetto a dieci anni fa. Gli stipendi crescono sulla
carta, ma al supermercato le tasche si svuotano.
A questo si aggiunge un'architettura
retributiva che definire kafkiana è un complimento:
“Appiattimento parametrale:” la
distanza economica tra chi ha responsabilità e chi è appena entrato si è
ridotta al minimo, azzerando il merito e lo stimolo a fare carriera. Non è un
caso che molti giovani Ufficiali o Dirigenti della Polizia di Stato scelgono di
abbandonare l’impiego pubblico per impieghi molto più remunerativi nel settore
privato come Security Manager, con un RAL (Reddito Annuo Lordo) all’altezza
delle loro aspettative e del mercato globale.
“Straordinari da fame:” le
tariffe orarie per il lavoro straordinario sono ferme a livelli ridicoli (un
Capitano guadagna 16,11 euro lordi all'ora in servizio feriale), roba che un
professionista specializzato della sicurezza viene pagato meno di un consulente
alle prime armi.
“Trattamento accessorio inesistente:” nel 2025
ben l'89% delle risorse è stato blindato sul trattamento fisso, lasciando “zero
euro” di incremento per l'Indennità Mensile Pensionabile (IMP) e per
l'Importo Aggiuntivo Pensionabile (IAP).
In questo scenario desolante, c'è chi
ha provato a replicare le vecchie logiche di potere persino tra le fila di chi
dovrebbe protestare. Il MOSAC (movimento Sindacale Autonomo Carabinieri), insieme
ad altre sigle, ha atteso fino ad oggi prima di sciogliere la riserva sulla
partecipazione alla manifestazione nazionale. Il motivo è semplice, lineare e
di una trasparenza assoluta: ci aspettavamo che nella fase organizzativa di una
mobilitazione nata per rivendicare i diritti dei lavoratori del comparto Difesa
e Sicurezza fossero coinvolte tutte le sigle sindacali, al di là dei timbri
ministeriali sulla "rappresentatività certificata".
Il MOSAC ritiene infatti che ogni
sigla, riconosciuta o meno dalle stanze del potere, abbia la medesima dignità, perché
rappresenta gli interessi generali di tutti i lavoratori, come solennemente
sancito dalla Costituzione e da tutte le norme che ne discendono. Invece,
purtroppo, gli organizzatori hanno agito nello stesso identico modo dei vertici
delle Forze Armate: hanno sfoderato il medesimo snobbismo burocratico
all'insegna del conteggio delle tessere, ignorando il valore delle idee e
dell'energia sindacale che ogni sigla trasmette sul campo.
“Ma il MOSAC ha dimostrato di
essere un sindacato vero – interviene il suo rappresentante legale, Luca
Spagnolo - e come tale è e sarà sempre presente là dove i lavoratori che
rappresenta versano il loro sudore e il loro sangue: nelle piazze, sulle
strade, tra la gente. Per questo abbiamo deciso di aderire comunque alla
manifestazione nazionale del 18 luglio: perché crediamo fermamente che anche
una sola persona in più possa fare la differenza. E il MOSAC sarà
quell'uomo o quella donna in più che farà saltare i vecchi schemi in una
giornata che inizierà finalmente a segnare un punto di svolta nelle relazioni
sindacali tra il Governo e i militari. A coloro che invece osteggiano la
piazza in programma, annunciando fumose e comode contromanifestazioni nei
prossimi mesi per non disturbare la firma del contratto, il MOSAC lancia un
messaggio chiaro sin da ora: noi saremo presenti anche lí, lo saremo sempre, in
ogni piazza che ospiterà una mobilitazione pubblica e legittima per difendere i
diritti dei lavoratori. Non faremo passi indietro. Il MOSAC esiste proprio per
dare voce a quei lavoratori che vengono costantemente ignorati; a tutti quei
professionisti in divisa che qualche Generale, dall'alto della sua poltrona, ha
persino osato definire "risorse di minore valore aggiunto". Con
orgoglio, abbiamo deciso di stare dalla parte degli ultimi”.
La conclusione è una sola, lampante.
Firmare questo accordo truffa non significa fare l'interesse del personale in
divisa: significa svenderne la dignità in cambio di quattro promesse scritte
sulla sabbia e qualche anno in più di distacco per i vertici delle APCSM.
«Non mi interessa giudicare chi
firmerà questo accordo. Mi interessa capire quale idea di rappresentanza
sindacale ci sia dietro quella firma. Un sindacato non riceve la fiducia dei
lavoratori per confidare nelle promesse di un Governo, ma per ottenere risultati
concreti e garanzie certe prima di assumere impegni in nome di migliaia di
donne e uomini in uniforme» - Interviene Emanuele Donno, segretario
nazionale del MOSAC – «Per questo ritengo che ogni organizzazione che
sceglierà di sottoscrivere l’accordo abbia il dovere di spiegare ai propri
iscritti quali benefici concreti porta oggi a casa e quali, invece, restano
affidati a promesse future. Perché la responsabilità istituzionale viene
giustamente richiesta ogni giorno a chi serve lo Stato, ma la responsabilità
verso gli iscritti dovrebbe essere il primo dovere di chi li rappresenta. È per
questa ragione che il 18 luglio sarò in piazza: per dare voce a chi mi ha
accordato la propria fiducia e per ribadire un principio semplice. La fiducia
non è una delega in bianco, si conquista e si rinnova con la presenza, la
coerenza e i risultati.»
“Chi metterà la firma su questo
pezzo di carta dimostrerà, oltre ogni ragionevole dubbio, di non meritare né la
fiducia dei lavoratori, né i soldi della delega sindacale.” - precisa
ancora Luca Spagnolo del MOSAC – “Per questo rivolgo un appello chiaro ai
colleghi in divisa: se siete iscritti a uno di questi sindacati-materasso di
colore “Giallo” paglierino e non condividete la scelta di firmare la
vostra resa, fate sentire il vostro dissenso attraverso uno strumento che è
immediato, legale e fa un rumore infernale nelle casse delle sigle complici:
“la REVOCA della delega sindacale”.
“Se volete mandare un segnale,
sostenete il MOSAC, che non è una semplice associazione culturale tra militari ma
orgogliosamente un sindacato. L'unico, tra i carabinieri, che parla con
schiettezza, senza la retorica stantia e polverosa tipica dei soloni residui
della defunta "rappresentanza militare". Quei burocrati che
sono ancora disperatamente aggrappati ai mantelli dei generali pur di non
perdere piccoli privilegi di casta e posizioni di comodo, spesso utilizzate
in spregio a ogni principio di trasparenza e meritocrazia.”
I poliziotti e i militari hanno una
data sul calendario per farsi sentire: entro il 31 ottobre, chi ha firmato
questa cambiale fasulla va semplicemente mandato a quel paese, togliendogli la
delega finanziaria. Vedrete come torneranno a sentire le ragioni della base,
quando cominceranno a mancare i soldi delle tessere.

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