Per tanti anni ho camminato al fianco di Exodus, la realtà educativa fondata da Don Antonio Mazzi, portando sul campo la Musica come strumento educativo. Il tempo scorre veloce, come i cavalloni delle alte onde del mare che si infrangono sulla riva quando arriva il maestrale.
Una ventina di ‘cavalloni’ fa, nel 1996, mi presentai davanti al cancello della Comunità Exodus al Parco Lambro di Milano. Suonai il campanello per cercare Don Antonio. Avevo in mente di trasferire in comunità il lavoro sulla Musica che svolgevo a San Vittore con i ragazzi dipendenti da sostanze. Pensavo che, una volta usciti dal carcere, potessero continuare il loro percorso nella sua comunità.
Il Don aprì la porta del suo ufficio e mi accolse con simpatia. Gli spiegai brevemente il mio proposito e lui, sorridendo, con quei suoi occhi chiari e diretti, non ebbe esitazioni: “Facciamolo!”
Da lì iniziò una storia che credo sia stata importante per Exodus. La Musica entrò nella comunità, soprattutto nella Cascina e all’Elba. Nacquero laboratori di coro per i ragazzi, anche per gli stonati. Furono formati educatori. Vennero coinvolti nei progetti della comunità grandi protagonisti del mondo della Musica, come Fabrizio De André.
Nacque anche un inno dedicato ai ragazzi di Exodus: “L’Aquila Reale”. Insieme facemmo cose incredibili per quell’epoca. Scrissi la “Sinfonia Popolare per 1000 chitarre”, che, insieme al coro, diede vita a una grande orchestra collettiva: qualcosa che, prima dell’era di Internet, non era mai stato realizzato.
Se ne fecero sei edizioni: la prima a Verona, tre a Milano in piazza Duomo, una a Napoli e l’ultima all’Idroscalo. Un inno alle stagioni della vita, suonato e cantato da persone di ogni età che vivevano la Musica come passione e come strumento di condivisione.
Porto nel cuore Don Antonio. Porto nel cuore l’immagine di un uomo che sapeva indignarsi, che sapeva sfidare con coraggio non solo gli esempi nefasti di quello che chiamiamo progresso, ma anche certe idee troppo conservative del mondo cattolico.
Le sue messe erano spesso una sorpresa, non solo per le cose che diceva, ma anche per i modi diversi e sorprendenti con cui distribuiva l’Eucarestia. Lo ricordo come una persona che voleva difendere la libertà dei ragazzi dall’illusione del mercato dei “Meta Desideri”, che, come parassiti, contaminano l’anima dei giovani, distruggendo con stupefacenti e inconcrete illusioni la loro sfera etica.
Ora tocca a chi ha ereditato il suo pensiero. A loro va il mio augurio: se posso essere utile, ci sono.
A rivederci in un’altra dimensione, Don Antonio. Non vedrò più il tuo sorriso, ma le tue intenzioni potenti. Quelle, un giorno, spero di poterle risentire.

Posta un commento