Che cosa rimane, nel cervello, di una persona che abbiamo profondamente amato quando quella persona non esiste più nella nostra realtà fisica? È una domanda che appartiene da sempre all’esperienza umana, ma che oggi può essere affrontata anche attraverso gli strumenti delle neuroscienze cognitive, della memoria e della teoria dell’attaccamento.
Dottoressa Pelliccia, qual è stato il punto di partenza di questa ricerca?
Un’associazione che mi accompagna dalla morte di mio padre. Il giorno in cui morì pioveva a dirotto. Da allora, quando assisto a una pioggia particolarmente intensa, il mio pensiero può tornare immediatamente a lui. Recentemente, durante un periodo molto difficile, una violenta e insolita fase temporalesca nel pieno di agosto ha riattivato quella connessione. Naturalmente non affermo che esista un rapporto causale tra mio padre e un evento meteorologico. Non abbiamo alcuna evidenza scientifica che permetta di sostenerlo. Mi sono posta, invece, una domanda diversa: perché il cervello associa con una tale immediatezza uno stimolo presente a una persona che non è più fisicamente presente? E la risposta conduce ai cosiddetti Continuing Bonds? Sì. Continuing Bonds significa letteralmente “legami che continuano”. È un paradigma importante negli studi contemporanei sul lutto perché supera l’idea semplicistica secondo cui adattarsi alla morte di qualcuno richiederebbe necessariamente la cancellazione psicologica del rapporto. Nigel P. Field e Charles Filanosky hanno studiato 502 persone in lutto distinguendo, tra l’altro, gli internalized continuing bonds. In queste forme interiorizzate, la rappresentazione della persona scomparsa può continuare a essere utilizzata come secure base, cioè come una base sicura capace di contribuire all’orientamento dell’individuo.
Che cosa significa, concretamente, che una persona continua a essere “rappresentata” dal cervello?
Significa che una relazione lunga e significativa produce apprendimento. Il nostro cervello non memorizza semplicemente il volto di qualcuno. Nel corso degli anni costruisce una rappresentazione estremamente complessa e multimodale dell’altro: voce, lessico, espressioni, valori, reazioni, comportamenti, modalità affettive, aspettative. John Bowlby parlava di internal working models, modelli operativi interni attraverso i quali le figure di attaccamento entrano nell’organizzazione delle nostre aspettative e delle nostre risposte. Quando una persona muore, il dato fisico della sua presenza cambia improvvisamente. Tutto ciò che il cervello ha appreso su quella persona, invece, non viene cancellato nello stesso istante.
È qui che entrano in gioco le neuroscienze del lutto?
Esattamente. Mary Frances O’Connor e Saren Seeley hanno proposto di interpretare il grieving, il processo del lutto, anche come una forma di learning, cioè di apprendimento. È un’ipotesi neuroscientificamente molto interessante. Durante una relazione il cervello impara che una determinata figura di attaccamento esiste, ritorna ed è disponibile. Dopo la morte deve progressivamente aggiornare questo modello sulla base di una realtà completamente nuova: quella persona non tornerà fisicamente. Il cervello deve quindi riconciliare informazioni che, inizialmente, sono profondamente conflittuali.
Lei ha raccontato di avere talvolta la sensazione di sapere già che cosa le direbbe suo padre. Come si può interpretare scientificamente?
È probabilmente l’aspetto che mi interessa maggiormente. Non sento una voce attraverso l’udito e non percepisco qualcuno che mi parli dall’esterno. È un fenomeno diverso: talvolta so interiormente che cosa mio padre avrebbe detto in una determinata circostanza, quasi prima di avere completato coscientemente il ragionamento. Qui diventano rilevanti memoria autobiografica, memoria semantica, cognizione implicita e predictive processing, cioè elaborazione predittiva. Se abbiamo conosciuto profondamente qualcuno, il cervello dispone di migliaia di informazioni sulle sue regolarità comportamentali. Può quindi elaborare una previsione estremamente sofisticata di ciò che quella persona avrebbe probabilmente pensato, detto o fatto. Il risultato può raggiungere la coscienza prima che percepiamo tutti i passaggi che lo hanno prodotto. Da qui quella sensazione potentissima: “So già cosa mi direbbe”.
Questa esperienza deve essere considerata patologica?
Non automaticamente. È essenziale distinguere fenomeni differenti e valutarli nel loro contesto.
Kamp, Steffen, Alderson Day, Woods, Ratcliffe e altri ricercatori hanno studiato le Sensory and Quasi Sensory Experiences of the Deceased, cioè esperienze sensoriali e quasi sensoriali associate alla persona scomparsa. Tra queste viene studiato anche il sense of presence, la sensazione della presenza del defunto. Nel mio caso parlerei soprattutto di rappresentazione interiorizzata, perché non descrivo una voce esterna né una percezione visiva. Descrivo la persistenza cognitiva di una persona conosciuta profondamente.
Kamp, Steffen, Alderson Day, Woods, Ratcliffe e altri ricercatori hanno studiato le Sensory and Quasi Sensory Experiences of the Deceased, cioè esperienze sensoriali e quasi sensoriali associate alla persona scomparsa. Tra queste viene studiato anche il sense of presence, la sensazione della presenza del defunto. Nel mio caso parlerei soprattutto di rappresentazione interiorizzata, perché non descrivo una voce esterna né una percezione visiva. Descrivo la persistenza cognitiva di una persona conosciuta profondamente.
Si tratta di un fenomeno legato a un’intelligenza particolarmente elevata?
È stata una delle domande che mi sono posta. La risposta scientificamente corretta, però, è che non abbiamo evidenze per sostenere che i Continuing Bonds siano una prerogativa delle persone con intelligenza superiore. Le variabili maggiormente pertinenti riguardano la closeness, cioè la vicinanza e l’intensità della relazione, l’attaccamento, la storia condivisa, la salienza emotiva e il ruolo che quella persona occupava nella nostra autobiografia. Una forte capacità introspettiva può probabilmente rendere una persona più attenta ai propri processi mentali. Ma sarebbe diverso, e scientificamente improprio, sostenere che soltanto individui particolarmente intelligenti possano sperimentare questi fenomeni.
Torniamo alla pioggia. Perché può diventare così potente nella memoria?
Perché la memoria umana è profondamente associativa. Se un evento emotivamente enorme, come la morte di una persona amata, viene codificato insieme a un determinato contesto sensoriale, alcuni elementi di quel contesto possono successivamente funzionare come retrieval cues, cioè indizi capaci di riattivare la memoria. La pioggia, il rumore di un temporale, una determinata luce o persino un odore possono riattivare una rete autobiografica molto più ampia. Per me la pioggia è legata al giorno della morte di mio padre. Per questo una tempesta può riattivarne immediatamente la rappresentazione. Sul piano causale, un temporale rimane un fenomeno meteorologico. Sul piano neurocognitivo, invece, può diventare una potentissima chiave di accesso alla memoria.
Quindi che cosa rimane scientificamente di un legame dopo la morte?
Rimane ciò che quella relazione ha costruito. La scienza non può dimostrare che una risposta provenga dall’aldilà e non dovrebbe pretendere di farlo senza evidenze. Può però studiare qualcosa di estremamente concreto: il modo in cui una persona amata continua a essere codificata nei sistemi della memoria, dell’attaccamento, della previsione e della rappresentazione sociale. La morte modifica irreversibilmente il mondo esterno. Il cervello, invece, conserva una storia costruita attraverso anni di interazioni e deve progressivamente riorganizzarla. È questo che trovo straordinario nelle neuroscienze del lutto: mostrano che ricordare qualcuno non significa semplicemente possedere un archivio di immagini del passato. Significa avere incorporato, nella propria architettura cognitiva, una parte della relazione vissuta con quella persona. La presenza fisica finisce. Ciò che quella relazione ha insegnato al cervello può continuare molto più a lungo.

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