VALENTINA PELLICCIA CI SPIEGA «LA FABBRICA DELL’ATTENZIONE»

Valentina Pelliccia, giornalista ed esperta di comunicazione
Valentina Pelliccia, giornalista ed esperta di comunicazione

Dall’attention economy ai bias cognitivi: il nuovo potere non deve necessariamente dirci cosa pensare, se riesce prima a orientare ciò che guardiamo.

Viviamo nel paradosso di una società che non ha mai avuto accesso a così tante informazioni e che, proprio per questo, dispone di sempre meno tempo cognitivo per comprenderle davvero. Notizie, notifiche, immagini, video, algoritmi, pubblicità e messaggi politici competono quotidianamente per una risorsa biologicamente limitata: la nostra attenzione. Ma che cosa accade quando questa risorsa diventa contemporaneamente oggetto di competizione economica, politica, tecnologica e reputazionale? 

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e communication expert, che negli ultimi mesi ha vissuto personalmente anche il peso di una rappresentazione mediatica contenente informazioni non corrispondenti alla realtà dei fatti e capace di restituire un’immagine totalmente falsa e distante dalla sua identità, dai suoi valori e dal suo percorso umano e professionale. Una vicenda che l’ha colpita come professionista, ma prima ancora come donna, e dalla quale Pelliccia ha scelto di ricavare non una polemica, bensì una domanda di studio: prima ancora di orientare un’opinione, quanto potere esiste nella capacità di conquistare l’attenzione sulla quale quell’opinione verrà costruita? 

Dottoressa Pelliccia, partiamo da un apparente paradosso: abbiamo più informazione di qualsiasi generazione precedente. Perché questo potrebbe renderci, invece che più consapevoli, più vulnerabili? 

«Perché informazione e conoscenza non sono sinonimi. L’informazione può crescere indefinitamente; la capacità attentiva dell’essere umano no. Herbert Simon aveva colto con grande lucidità questo passaggio: una ricchezza di informazione produce una povertà di attenzione. È uno dei fondamenti teorici dell’attention economy, l’economia dell’attenzione. In termini semplici, quando tutti possono produrre informazioni, il vantaggio competitivo non consiste più soltanto nel possederle, ma nel riuscire a ottenere il tempo mentale necessario perché qualcuno le guardi, le legga e le ricordi.» 

E quando una risorsa diventa scarsa, acquista inevitabilmente valore. Possiamo parlare dell’attenzione come di una forma di capitale? 

«Con le dovute cautele, sì. Potremmo parlare di attentional capital, capitale attentivo: la capacità di conquistare e mantenere l’attenzione possiede un valore economico, comunicativo e politico. Le piattaforme monetizzano permanenza e interazione; la pubblicità acquista attenzione; la politica necessita di attenzione per rendere centrali determinati temi; i media competono per ottenerla. Ma c’è un livello ulteriore: l’attenzione è anche la porta d’ingresso della memoria. Ciò che non raggiunge il nostro campo attentivo ha molte meno probabilità di trasformarsi in conoscenza, ricordo e successivamente criterio di giudizio.» 

Quindi prima ancora di convincermi bisogna riuscire a farsi guardare? 

«Esattamente. Qui entra un concetto della psicologia cognitiva: attentional capture, cattura dell’attenzione. Alcuni stimoli riescono più facilmente di altri a interrompere o deviare il nostro focus perché sono nuovi, intensi, minacciosi, emotivamente forti o particolarmente salienti. In parole semplici: il cervello non tratta tutto ciò che incontra allo stesso modo. Deve continuamente stabilire che cosa meriti priorità. È un meccanismo indispensabile alla sopravvivenza, ma diventa estremamente rilevante quando viene conosciuto e utilizzato sistematicamente nella comunicazione.» 

È qui che entra in gioco il negativity bias? 

«Sì. Il negativity bias, bias di negatività, descrive la tendenza per cui, in molti contesti, informazioni ed esperienze negative esercitano un impatto psicologico maggiore rispetto a stimoli positivi comparabili. Questo non significa che l’essere umano “preferisca” il negativo. Significa che minacce, accuse, scandali e conflitti possono possedere una maggiore salienza. Sul piano reputazionale la conseguenza è evidente: un’informazione negativa può imprimersi rapidamente, mentre ristabilire complessità e contesto richiede molto più tempo.» 

Questo vale ancora di più quando l’oggetto dell’informazione è una persona? 

«Assolutamente. Una reputazione non è soltanto ciò che una persona è, ma anche l’insieme delle rappresentazioni che gli altri associano al suo nome. Se una rappresentazione negativa raggiunge rapidamente un pubblico molto vasto, la successiva correzione incontra un problema strutturale: deve competere con una prima impressione già sedimentata. E quando la rappresentazione riguarda una donna può aggiungersi un ulteriore livello di sofferenza, perché il racconto può toccare non solo la competenza professionale, ma la dignità, la serietà e l’identità personale. È una dinamica che conosco direttamente e che mi ha portata a studiare questi fenomeni con ancora maggiore attenzione.» 

Perché una prima impressione è così difficile da correggere? 

«Perché la mente non funziona come un archivio nel quale sostituiamo semplicemente un file errato con uno corretto. Le informazioni nuove vengono interpretate anche alla luce delle strutture cognitive già esistenti. Qui incontriamo il confirmation bias, bias di conferma: la tendenza a ricercare, interpretare o valorizzare maggiormente le informazioni compatibili con convinzioni già consolidate. In termini semplici, una volta costruita una certa idea di una persona o di un fenomeno, possiamo diventare più ricettivi verso ciò che sembra confermarla e meno disponibili verso ciò che la contraddice.» 

Quindi il cervello cerca conferme invece della verità? 

«Non lo direi in termini così assoluti. Sarebbe paradossale parlare di bias cognitivi introducendo noi stessi una semplificazione. Il confirmation bias è una tendenza, non una legge universale. Il cervello umano può correggersi, ragionare, verificare e cambiare idea. Il problema è che queste operazioni richiedono spesso maggiore energia cognitiva rispetto all’accettazione di una rappresentazione già coerente con il nostro modello mentale. È per questo che il pensiero critico richiede disciplina.» 

E la ripetizione? Può davvero aumentare la credibilità percepita di un’affermazione? 

«Sì, in determinate condizioni. Il fenomeno è chiamato illusory truth effect, effetto di verità illusoria. Una delle spiegazioni riguarda la processing fluency, cioè la facilità con cui il cervello elabora qualcosa che ha già incontrato. Ciò che è familiare viene processato più agevolmente e quella familiarità può essere erroneamente interpretata come un segnale di plausibilità. È importante però essere molto precisi: la ripetizione non trasforma il falso in vero e non annulla il pensiero razionale. Può semplicemente aumentare, in certi contesti, la percezione soggettiva di credibilità.» 

In termini semplicissimi? 

«Sentire cento volte una cosa non significa avere cento prove. Significa avere una sola affermazione ascoltata cento volte. È una distinzione elementare, ma fondamentale.» 

Possiamo allora recuperare il latino repetita iuvant? 

«Sì, quasi provocatoriamente. Repetita iuvant, le cose ripetute aiutano. Nella comunicazione la ripetizione aiuta certamente memorizzazione e familiarità. Il problema nasce quando familiarità ed evidenza vengono confuse. Una società alfabetizzata digitalmente dovrebbe distinguere almeno tre frasi: “l’ho già sentito”, “mi sembra credibile”, “è dimostrato”. Sono tre livelli completamente diversi.» 

Finora abbiamo parlato della mente. Oggi, però, qualcuno seleziona materialmente quali informazioni incontreremo. È qui che entrano gli algoritmi? 

«Sì, ed è uno dei passaggi più delicati. Un sistema di raccomandazione seleziona e ordina contenuti sulla base di determinati parametri. Dobbiamo evitare l’antropomorfizzazione: un algoritmo non è necessariamente un soggetto che “vuole” qualcosa. Esegue una funzione progettata secondo obiettivi e metriche. Ma l’effetto epistemologico è enorme: se due persone ricevono sequenze informative radicalmente differenti, possono progressivamente abitare ambienti percettivi differenti pur vivendo nella stessa società.» 

Sta parlando delle cosiddette filter bubbles? 

«Il concetto di filter bubble, bolla di filtraggio, indica un ambiente informativo personalizzato nel quale rischiamo di incontrare soprattutto contenuti compatibili con interessi e comportamenti precedenti. È un concetto utile, ma va impiegato con cautela, perché la ricerca empirica sulla reale portata delle bolle informative è più articolata di quanto suggeriscano alcune rappresentazioni divulgative. È proprio questo il metodo che considero corretto: un concetto interessante non diventa automaticamente una verità universale.» 

Quindi non direbbe semplicemente che “gli algoritmi ci manipolano”? 

«No, non senza dimostrarlo. Direi qualcosa di più preciso: gli algoritmi mediano il nostro campo di visibilità. È già un’affermazione enormemente importante. La manipolazione presuppone elementi ulteriori, tra cui finalità e intenzionalità. La mediazione, invece, descrive un fatto strutturale: una parte crescente delle informazioni che incontriamo viene selezionata, classificata e ordinata attraverso sistemi automatizzati. Il problema democratico diventa quindi comprendere secondo quali criteri avvenga questa selezione.» 

E dove si colloca il nudging? 

«Il nudging è un’altra cosa ancora, ed è importante non confondere i concetti. Un nudge, letteralmente una piccola spinta, modifica l’architettura della scelta in maniera prevedibile senza eliminare formalmente le alternative. Un esempio intuitivo è il default, cioè l’opzione preselezionata. Tutte le alternative rimangono disponibili, ma sappiamo che il modo in cui una scelta viene strutturata può influenzare significativamente il comportamento.» 

Quindi siamo liberi, ma il tavolo sul quale scegliamo può essere inclinato? 

«È una metafora efficace, purché non immaginiamo necessariamente qualcuno che lo inclini con intenzioni malevole. Nessuna scelta avviene in un vuoto perfettamente neutrale. È il concetto di choice architecture, architettura della scelta. Ordine delle alternative, formulazione linguistica, default, salienza visiva e quantità di passaggi necessari per compiere un’azione contribuiscono a costruire l’ambiente decisionale. La domanda etica diventa: quando l’orientamento facilita una decisione e quando, invece, sfrutta un’asimmetria cognitiva?» 

Dove pone il confine tra persuasione e manipolazione? 

«Nella trasparenza, nell’autonomia e nell’asimmetria. La persuasione appartiene alla vita sociale: persuade un giornalista con un editoriale, persuade un avvocato, persuade una campagna sanitaria, persuade la pubblicità. La manipolazione diventa più problematica quando sfrutta meccanismi o vulnerabilità che il destinatario non riconosce, riducendone concretamente la capacità di scegliere consapevolmente. Potremmo dire che una libertà può rimanere formalmente intatta de iure, cioè sul piano della regola, e diventare molto più fragile de facto, cioè nella concreta esperienza della persona.» 

È corretto utilizzare l’espressione “condizionamento mentale”? 

«Soltanto se la depuriamo dalle suggestioni fantascientifiche. Non esiste un pulsante universale attraverso il quale programmare gli esseri umani come macchine. La letteratura scientifica ci consente però di parlare seriamente di influenza probabilistica: determinate condizioni possono aumentare la probabilità che prestiamo attenzione, ricordiamo, aderiamo o scegliamo. Ed è persino più interessante del mito del controllo totale. Per produrre effetti sociali rilevanti non è necessario controllare completamente un individuo: può bastare modificare marginalmente il comportamento di milioni di persone.» 

Questo significa che il potere contemporaneo è diventato meno visibile? 

«In alcuni casi sì, perché non opera necessariamente attraverso il divieto. Il potere tradizionale diceva: “questo non puoi farlo”. Una parte del potere contemporaneo può invece operare attraverso l’ambiente: puoi scegliere tutto, ma alcune cose saranno enormemente più facili da vedere, ricordare o selezionare di altre. Non significa che esista un unico soggetto che governa questo processo. Sarebbe una semplificazione. Significa riconoscere che l’architettura dell’ambiente informativo possiede conseguenze sul comportamento umano.» 

Esiste un modo per difendere la nostra autonomia cognitiva? 

«Il primo strumento è la metacognition, metacognizione: la capacità di osservare i nostri stessi processi mentali. Quando una notizia produce immediatamente indignazione, paura o entusiasmo, dovremmo concederci qualche secondo in più. Quando un contenuto conferma perfettamente ciò che già pensiamo, dovremmo cercare deliberatamente la migliore argomentazione contraria. Quando un’affermazione compare ovunque, dovremmo domandarci se stiamo osservando molte prove indipendenti oppure la reiterazione della stessa fonte. Non possiamo vivere senza essere influenzati. Possiamo però diventare più consapevoli delle influenze alle quali siamo esposti.» 

Lei usa l’espressione “sovranità cognitiva”. Che cosa intende? 

«La utilizzo per indicare la capacità dell’individuo di preservare uno spazio consapevole di autonomia nella formazione dei propri giudizi. Non significa isolamento dalle influenze, che sarebbe impossibile. Significa conoscere almeno in parte l’architettura entro cui quelle influenze operano. Nel prossimo futuro considero questo tema fondamentale anche rispetto all’intelligenza artificiale. Se deleghiamo progressivamente selezione, sintesi, raccomandazione e interpretazione delle informazioni alle macchine, dovremo chiederci non soltanto quanto siano intelligenti quei sistemi, ma quanto rimaniamo cognitivamente attivi noi mentre li utilizziamo.» 

Arriviamo al giornalismo. Qual è, secondo Valentina Pelliccia, la vera bravura di un giornalista? 

«Studiare. Studiare ancora. E poi continuare a studiare. Il giornalista non dovrebbe avere l’ambizione di sapere tutto, ma l’umiltà intellettuale di capire chi ne sappia più di lui, cercarlo, ascoltarlo, confrontare le fonti e approfondire fino a comprendere realmente il fenomeno. Solo dopo arriva il compito forse più difficile: tradurre la complessità senza tradirla. Prendere un concetto elaborato da uno scienziato, un economista, un giurista o un filosofo e renderlo comprensibile a chi non possiede quella specializzazione, senza banalizzarlo. Per me questa è alta divulgazione. Non dimostrare quanto si è colti, ma utilizzare ciò che si è studiato affinché qualcun altro possa capire qualcosa che prima non conosceva.» 

Quindi semplificare non significa impoverire? 

«Esattamente. La semplificazione intelligente elimina l’oscurità, non la complessità. Se utilizzo confirmation bias, devo sapere perfettamente cosa significa; ma se parlo a un lettore non specialista devo spiegargli subito che descrivo la nostra tendenza a privilegiare ciò che conferma convinzioni già possedute. Il tecnicismo senza spiegazione può diventare esibizione. La divulgazione senza rigore diventa banalizzazione. Il buon giornalismo vive nello spazio difficilissimo tra questi due estremi.» 

La sua esperienza personale ha cambiato il modo in cui guarda all’informazione? 

«Sì. Mi ha insegnato quanto possa essere dolorosa la distanza fra ciò che una persona è e ciò che altri possono arrivare a percepire di lei attraverso una rappresentazione pubblica. Ma non voglio che questa esperienza mi renda diffidente verso tutto. Sarebbe un secondo errore. Voglio che mi renda più rigorosa. Ciò che è stato scritto di me e che non corrisponde alla realtà non deve trasformarsi nel pretesto per sostenere che l’intero sistema dell’informazione sia falso. Al contrario, mi ricorda quanto sia prezioso il giornalismo serio: verificare, contestualizzare, ascoltare, distinguere un fatto da un’insinuazione e una persona reale dal personaggio che può essere costruito intorno al suo nome.» 

E se dovesse condensare tutta questa conversazione in una sola idea? 

«Direi: proteggete la vostra attenzione. Non perché esista necessariamente qualcuno che voglia impossessarsi della vostra mente, ma perché moltissimi soggetti competono economicamente, politicamente e comunicativamente per conquistarne una parte. Chiedetevi perché state guardando proprio quel contenuto, perché vi emoziona, perché vi viene mostrato ripetutamente e quale informazione alternativa non state vedendo. Nell’economia dell’attenzione, la libertà non consiste nell’essere immuni dall’influenza. Consiste nel diventare abbastanza consapevoli da riconoscerne almeno una parte.» 

La riflessione di Valentina Pelliccia conduce così verso un problema che supera la contrapposizione elementare tra informazione vera e informazione falsa. Prima ancora della verità viene l’attenzione: ciò che viene selezionato, ciò che emerge, ciò che ricordiamo e ciò che rimane invisibile. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, della personalizzazione algoritmica e dell’iperproduzione di contenuti, difendere la propria autonomia non significherà sottrarsi alla tecnologia, ma imparare a comprenderne i meccanismi, riconoscere le architetture che organizzano la nostra esperienza informativa e mantenere attiva la capacità di giudizio. 

È forse questo il punto più importante: la libertà cognitiva non consiste nel vivere fuori da ogni influenza, condizione impossibile per un essere umano. Consiste nel sapere che l’influenza esiste, nel riconoscerne almeno in parte le forme e nel conservare il diritto intellettuale di fermarsi, verificare, dubitare e cambiare prospettiva. 

In una società che compete continuamente per ottenere i nostri occhi, il nostro tempo e le nostre emozioni, proteggere l’attenzione significa, in ultima analisi, proteggere una parte della nostra libertà.

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