VALENTINA PELLICCIA CI SPIEGA: LA FABBRICA DELLA NOTIZIA

Valentina Pelliccia, giornalista ed esperta di comunicazione
Valentina Pelliccia, giornalista ed esperta di comunicazione

Quando il potere non decide necessariamente cosa dobbiamo pensare, ma può influenzare ciò di cui pensiamo.

Abbiamo voluto interpellare nuovamente la dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e communication expert con una lunga esperienza maturata anche in contesti regolamentati e istituzionali, per affrontare un tema che riguarda il cuore stesso delle democrazie contemporanee: come nasce una notizia e, soprattutto, attraverso quali meccanismi una rappresentazione della realtà può diventare dominante. Pelliccia ha conosciuto personalmente, negli ultimi mesi, gli effetti che una narrazione mediatica può produrre sulla reputazione individuale, dopo che informazioni e ricostruzioni riguardanti la sua persona sono state veicolate anche da una nota testata di gossip generando, a suo giudizio, fraintendimenti e una rappresentazione nella quale non si è riconosciuta. Non è questa la sede per ricostruire quella vicenda, né per attribuire responsabilità o intenzioni che richiederebbero ben altre sedi e riscontri. È invece un punto di osservazione dal quale nasce una domanda molto più grande: quanto di ciò che chiamiamo “realtà” è il fatto e quanto è il modo in cui quel fatto viene selezionato, raccontato, ripetuto e interpretato? 

Dottoressa Pelliccia, quando parla di “fabbrica della notizia” sta sostenendo che l’informazione sia falsa? 

«Assolutamente no. Sarebbe una semplificazione e, soprattutto, sarebbe sbagliato. Una notizia può essere composta anche da elementi veri e tuttavia restituire una rappresentazione parziale o distorta della realtà. Il punto fondamentale è comprendere la differenza tra fact e frame: tra il fatto e la cornice attraverso la quale quel fatto viene presentato. Se seleziono alcuni elementi, ne trascuro altri, scelgo un determinato titolo, una fotografia, determinate fonti e una particolare successione degli avvenimenti, non ho necessariamente inventato qualcosa. Ho però costruito una rappresentazione. Ed è qui che comincia il problema epistemologico dell’informazione: non soltanto stabilire se un’informazione sia vera, ma comprendere quale porzione della realtà ci venga mostrata e quale rimanga fuori campo.» 

Esiste un termine scientifico per descrivere questo fenomeno? 

«Uno dei concetti fondamentali è il framing, cioè l’inquadramento interpretativo della realtà. Il sociologo Erving Goffman ha lavorato sulle “cornici” attraverso le quali organizziamo l’esperienza; successivamente Robert Entman ha applicato il concetto in maniera particolarmente influente alla comunicazione. In termini semplici: raccontare significa inevitabilmente scegliere. Un fatto può essere definito “errore”, “scandalo”, “incidente”, “emergenza” o “minaccia”. Il fatto originario potrebbe essere identico, ma ciascuna parola attiva nel destinatario una diversa struttura interpretativa. La manipolazione più sofisticata, quindi, non ha sempre bisogno di inventare il fatto: può essere sufficiente governarne la cornice.» 

Ma chi stabilisce quali fatti diventeranno importanti per l’opinione pubblica? 

«Qui incontriamo l’agenda-setting, uno dei paradigmi classici degli studi sulla comunicazione. Maxwell McCombs e Donald Shaw mostrarono quanto sia importante la relazione tra l’agenda dei media e gli argomenti che il pubblico considera prioritari. Detta molto semplicemente: se un tema occupa aperture, titoli, televisioni e social network per settimane, quel tema acquisisce una centralità cognitiva enorme. Un altro fatto, magari altrettanto rilevante, può praticamente scomparire dalla percezione collettiva perché riceve pochissima attenzione. È il potere della salienza: ciò che vediamo continuamente ci sembra inevitabilmente più importante.» 

Quindi il vero potere dell’informazione sarebbe decidere di cosa parliamo? 

«È uno dei poteri più rilevanti. Ma esiste un livello successivo. Prima seleziono l’argomento: agenda-setting. Poi stabilisco attraverso quale cornice interpretarlo: framing. Infine può intervenire il priming, cioè un processo attraverso il quale la ripetuta esposizione a determinati temi rende più disponibili alcuni criteri quando successivamente dobbiamo formulare un giudizio. Sono fenomeni distinti, non formule magiche per controllare le persone. Ed è importante dirlo. Il pubblico non è una massa passiva e completamente programmabile. Tuttavia l’ambiente informativo nel quale siamo immersi contribuisce a strutturare le categorie con cui interpretiamo ciò che accade.» 

Marcello Foa ha parlato degli “stregoni della notizia”. Chi sarebbero oggi questi “stregoni”?

«Conosco Marcello Foa e nutro nei suoi confronti una profonda stima professionale. I suoi lavori mi hanno aiutata anche personalmente a interrogarmi sui meccanismi che governano la costruzione delle narrazioni pubbliche. Ma il fenomeno è molto più vasto di un singolo autore. Jacques Ellul studiava la propaganda già nel Novecento; Walter Lippmann rifletteva sulla formazione dell’opinione pubblica; Edward Bernays comprese molto presto il rapporto tra psicologia delle masse, persuasione e relazioni pubbliche. Oggi dobbiamo aggiungere spin doctor, uffici stampa, consulenti strategici, piattaforme, algoritmi, creator, sistemi di raccomandazione e perfino intelligenza artificiale. Non immagino una stanza segreta nella quale qualcuno decida ciò che l’umanità deve pensare. Il fenomeno interessante è esattamente il contrario: un ecosistema complesso nel quale interessi politici, economici, editoriali, tecnologici e reputazionali possono convergere, competere oppure rafforzarsi reciprocamente.» 

Che cosa fa esattamente uno spin doctor? 

«Lo spin doctor è un professionista della comunicazione strategica che cerca di orientare l’interpretazione pubblica di un evento, di una decisione o di una crisi. Spin significa, figurativamente, imprimere una particolare rotazione interpretativa al racconto. Anche qui occorre evitare demonizzazioni: la comunicazione strategica è una funzione legittima di governi, istituzioni, imprese e organizzazioni. Il problema nasce quando la persuasione diventa opaca, quando informazione e propaganda diventano difficilmente distinguibili o quando il cittadino non dispone degli strumenti necessari per riconoscere chi sta costruendo il messaggio e con quale interesse.» 

Si può manipolare dicendo soltanto cose vere? 

«È forse la domanda più importante. Sì, in determinate circostanze, perché esiste quella che definirei una manipolazione per selezione e contestualizzazione. Immagini cento fatti veri e una telecamera che possa inquadrarne soltanto dieci. Chi sceglie quei dieci esercita inevitabilmente un potere. Poi c’è l’omissione selettiva, la gerarchizzazione delle fonti, la reiterazione di alcuni elementi e la marginalizzazione di altri. È per questo che la verifica giornalistica non dovrebbe fermarsi alla domanda “è vero?”, ma aggiungerne almeno altre tre: è completo? È contestualizzato? È proporzionato? La verità fattuale e la correttezza della rappresentazione non coincidono necessariamente.» 

Lei sostiene di avere sperimentato personalmente qualcosa di simile? 

«Posso dire soltanto che ho visto circolare una rappresentazione di me nella quale non mi sono riconosciuta e che alcuni passaggi hanno prodotto fraintendimenti e conseguenze reputazionali. Su ciò che possa esserci stato dietro, sulle intenzioni delle persone o su eventuali responsabilità non intendo formulare pubblicamente ipotesi. Se vi saranno aspetti da chiarire, lo farò esclusivamente nelle sedi appropriate. Quod non est in actis non est in mundo: ciò che non è negli atti non può essere trattato come se fosse un fatto dimostrato. È una disciplina che considero essenziale soprattutto quando si parla pubblicamente di persone.» 

Come si sente oggi dopo questa esperienza? 

«Sto cercando di andare avanti trasformando un’esperienza difficile in conoscenza. Studiare questi meccanismi mi è stato utile perché consente di passare dalla reazione emotiva alla comprensione critica. Ho letto con grande interesse Marcello Foa e considero Il sistema invisibile. Perché non siamo padroni del nostro destino un libro che invita a interrogarsi sui meccanismi del potere e della comunicazione. Lo consiglio, come consiglio però di confrontare sempre prospettive differenti. Nessun autore dovrebbe diventare un dogma. Il pensiero critico nasce precisamente dal confronto tra fonti, teorie ed evidenze.» 

Ma allora come può difendersi un cittadino dalla manipolazione dell’informazione? 

«Con un metodo apparentemente semplice ma sempre più raro: rallentare. Chiedersi chi parla, quale interesse rappresenta, quale fonte utilizza, quali elementi mancano e se altre fonti indipendenti raccontano lo stesso avvenimento nello stesso modo. Dobbiamo recuperare una forma contemporanea del dubium sapientiae initium: il dubbio come principio della conoscenza. Non significa credere che tutto sia falso. Significa esattamente il contrario: non consegnare la propria capacità di giudizio né al potere né all’antipotere, né ai media tradizionali né ai social network, né a un governo né a chi sostiene sistematicamente che qualsiasi governo stia mentendo.» 

E con l’intelligenza artificiale tutto questo diventerà più pericoloso? 

«Diventerà soprattutto più complesso. L’intelligenza artificiale può democratizzare l’accesso alla conoscenza, accelerare la verifica, confrontare enormi quantità di informazioni e aiutare il giornalismo. Ma può anche ridurre drasticamente il costo della produzione industriale di contenuti persuasivi, immagini sintetiche e narrazioni personalizzate. Il problema futuro non sarà soltanto distinguere il vero dal falso. Sarà capire chi determina ciò che vediamo, perché lo vediamo e perché proprio in quel momento. Il nuovo potere non consiste necessariamente nel censurare un’informazione: può consistere nel sommergerla sotto altre mille.» 

Se dovesse lasciare ai lettori una sola regola, quale sceglierebbe? 

«Non chiedetevi soltanto se una notizia sia vera. Chiedetevi perché quella notizia è arrivata davanti ai vostri occhi, perché è stata raccontata proprio in quel modo e che cosa non state vedendo mentre la state guardando. È lì, nello spazio apparentemente vuoto tra il fatto e la sua rappresentazione, che comincia la vera alfabetizzazione mediatica. E forse anche una parte della nostra libertà.»

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