VALENTINA PELLICCIA: «DENTRO I SISTEMI DI POTERE: MAFIA, SERVIZI SEGRETI, DENARO E GRANDI CASI DELLA STORIA. IL SOSPETTO NON È UNA PROVA»

Valentina Pelliccia, giornalista ed esperta di comunicazione
Valentina Pelliccia, giornalista ed esperta di comunicazione

In un tempo in cui l’informazione corre più velocemente della verifica, distinguere un fatto da un’ipotesi, una coincidenza da un nesso causale, una fonte da una prova è diventato uno dei compiti più difficili del giornalismo.

Ed è proprio sul confine fra potere, informazione, diritto, scienza e libertà individuale che si concentra questa conversazione.

La nostra redazione ha voluto intervistare la Dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista, laureata in discipline giuridiche, con una formazione specialistica in comunicazione e marketing strategico maturata anche attraverso percorsi presso prestigiose istituzioni accademiche, e una lunga esperienza professionale nel settore finanziario, nel giornalismo e nella comunicazione.

Di Valentina Pelliccia si è scritto molto negli ultimi mesi, spesso ricorrendo a definizioni nelle quali non si riconosce.
Non vuole essere chiamata influencer, blogger, PR o stratega.
Rivendica una definizione più semplice e, per lei, più importante: giornalista.
Alla formazione giuridica e all’esperienza professionale Valentina Pelliccia affianca da anni uno studio trasversale dei meccanismi della comunicazione, delle neuroscienze dell’attenzione, dell’intelligenza artificiale, dei sistemi complessi e della costruzione della percezione attraverso le piattaforme digitali.
Temi destinati a confluire anche in un progetto editoriale sviluppato con il Professor Luciano Pietronero, fisico e studioso dei sistemi complessi, dedicato ai social media, all’intelligenza artificiale, ai processi di condizionamento dell’attenzione e alle logiche di comunicazione e marketing strategico che operano dietro gli ambienti digitali.
Negli ultimi anni il suo interesse si è progressivamente esteso al giornalismo investigativo, alla sociologia del potere, al whistleblowing, alle dinamiche di delegittimazione, all’intelligence, alle reti economiche e professionali, alla mafia, alla massoneria, alla corruzione, ai conflitti d’interesse nella medicina e agli squilibri di potere presenti anche nell’industria musicale internazionale.

Un interesse rafforzato anche dal confronto con Sigfrido Ranucci, collega e caro amico, con il quale Valentina Pelliccia precisa di avere esclusivamente un rapporto di amicizia.
Lo considera il giornalista d’inchiesta che stima maggiormente, per il coraggio professionale e per qualità umane che lei stessa definisce rare.
È anche attraverso alcune conversazioni con Ranucci, racconta, che ha approfondito una regola essenziale del mestiere: interrogare il potere senza trasformare il sospetto in verità e non accettare una ricostruzione soltanto perché proviene da una fonte autorevole.
Da qui nasce questa intervista: non per costruire una teoria universale, ma per attraversare alcuni interrogativi della storia contemporanea e comprendere come lavora davvero un’inchiesta quando incontra denaro, reputazione, apparati, scienza e potere.

Redazione: Dottoressa, lei utilizza spesso la parola “sistema”. Che cosa intende realmente?

Valentina Pelliccia: «La parola “sistema” va utilizzata con estrema cautela.
Non immagino necessariamente una cabina di regia universale nella quale poche persone controllino politica, finanza, medicina, industria musicale, informazione e apparati dello Stato. Sarebbe una rappresentazione cinematografica e, soprattutto, non avremmo elementi per sostenerla.
Mi interessa qualcosa di molto più sofisticato: reti di interessi, incentivi, dipendenze, relazioni, reputazioni, accesso alle risorse e concentrazioni di potere.
Soggetti differenti possono produrre effetti convergenti senza avere ricevuto un ordine centrale, semplicemente perché hanno interesse a preservare il medesimo equilibrio.
Un’impresa difende il mercato. Un dirigente la propria posizione.
Un partito il consenso. Un’organizzazione la reputazione. Un professionista la carriera. Un editore le proprie relazioni. Il potere contemporaneo è spesso reticolare molto più di quanto sia verticale».

Redazione: Dottoressa, quale libro consiglierebbe per comprendere meglio questo concetto di sistema?

Valentina Pelliccia: «In Italia partirei da Marcello Foa e Il sistema (in)visibile, perché affronta i meccanismi di influenza, persuasione e costruzione della percezione collettiva.
Sul piano internazionale leggerei The Power Elite di C. Wright Mills, Manufacturing Consent di Edward S. Herman e Noam Chomsky e, su piani teorici differenti, Michel Foucault e Pierre Bourdieu».
«C. Wright Mills studiò già negli anni Cinquanta l’interconnessione delle élite economiche, politiche e militari americane.
Foucault mostrò che il potere non opera soltanto dall’alto verso il basso, ma attraversa istituzioni, sapere, linguaggio e definizione della normalità. Bourdieu spiegò quanto capitale sociale e capitale simbolico possano trasformarsi in capacità concreta di influenzare gli altri.
Herman e Chomsky analizzarono invece, con un modello discusso ma estremamente influente, il rapporto fra proprietà dei media, interessi economici, fonti istituzionali e produzione dell’informazione».
Ma nessun autore dovrebbe diventare un dogma. Una teoria è utile finché può essere contraddetta dai fatti. Quando riesce a spiegare qualsiasi evento, qualsiasi smentita e persino l’assenza di prove, probabilmente smette di essere una buona teoria».

Redazione: Qual è allora il suo metodo investigativo?

Valentina Pelliccia: «Distinguerei innanzitutto ciò che spesso viene confuso: fatto, fonte, testimonianza, anomalia, ipotesi e prova.
Un fatto è ciò che posso documentare. Una fonte indica da dove proviene un’informazione. Una testimonianza è ciò che qualcuno racconta e va valutata nella sua attendibilità.
Un’anomalia è un elemento che non coincide con la ricostruzione disponibile. Un’ipotesi tenta di spiegare quell’anomalia. La prova consente invece di collegare concretamente persone, condotte ed eventi».
Poi viene la matrice classica dell’investigazione: movente, mezzi, opportunità e prova. Il cui prodest?, “a chi giova?”, è una domanda fondamentale.

Redazione: Come nasce concretamente un’inchiesta giornalistica?

Valentina Pelliccia: «Un’inchiesta seria non dovrebbe nascere dalla volontà di dimostrare che abbiamo ragione. Dovrebbe nascere da un elemento verificabile che non torna.
Si parte dal backgrounding: persone, società, incarichi, proprietà, precedenti, relazioni professionali, procedimenti giudiziari, cronologie. Poi c’è l’OSINT, l’Open Source Intelligence, cioè la raccolta sistematica di informazioni disponibili legittimamente attraverso fonti aperte.
Registri societari, bilanci, atti parlamentari, sentenze, documenti regolatori, bandi, database di sanzioni, archivi web, comunicati ufficiali, pubblicazioni scientifiche, immagini e informazioni digitali pubblicamente accessibili.
OSINT non significa semplicemente cercare su Google.
Significa raccogliere dati con metodo, verificarne provenienza e data, confrontarli e conservarne la tracciabilità».

Redazione: E le fonti umane?

Valentina Pelliccia: «Nel linguaggio dell’intelligence si utilizza il termine HUMINT, Human Intelligence. Il giornalismo naturalmente non è intelligence, ma anche un reporter lavora con persone che conoscono fatti, ambienti e documenti.
Una fonte, però, non è automaticamente una prova. Può ricordare male. Può avere interesse personale. Può raccontare soltanto ciò che ha visto. Può perfino mentire».
Per questo serve la triangolazione. Una fonte riferisce un fatto. Una seconda fonte indipendente lo conferma. Un documento, quando disponibile, fornisce un ulteriore riscontro. È così che l’informazione acquista progressivamente solidità».

Redazione: Come si comprende se una fonte è attendibile?

Valentina Pelliccia: «Bisogna essere disposti a fare domande scomode anche alla fonte che ci sta offrendo l’inchiesta.
Ad esempio:

“Come conosce quel fatto? Lo ha visto personalmente oppure glielo hanno raccontato? Quando? Da chi? Possiede documenti? Ha un conflitto con la persona accusata? Ha un interesse economico, politico o personale? Il racconto è rimasto stabile nel tempo? Contiene dettagli verificabili indipendentemente?.”
Un giornalista deve proteggere la propria fonte, ma non deve innamorarsene».

Redazione: Anche un documento può ingannare?

Valentina Pelliccia: «Certamente. Un documento può essere falso, autentico ma incompleto, manipolato oppure decontestualizzato.
Bisogna verificarne provenienza, data, autore, firma, eventuali metadati, catena di trasmissione e coerenza con gli altri elementi disponibili. Nei casi digitali delicati è importante conservare l’originale e lavorare su copie. Il metodo forense utilizza anche hash crittografici per dimostrare che un file non è stato successivamente modificato.
Naturalmente il giornalista non è polizia giudiziaria, ma può imparare dal metodo forense il valore della tracciabilità».

Redazione: Qual è la differenza tra giornalista investigativo, investigatore privato e polizia giudiziaria?

Valentina Pelliccia: «È fondamentale non confonderli.
La polizia giudiziaria dispone dei poteri attribuiti dalla legge e opera nell’ambito dell’autorità giudiziaria. Nei casi previsti può compiere attività come perquisizioni, sequestri, acquisizioni e intercettazioni secondo le necessarie autorizzazioni.
L’investigatore privato autorizzato opera in un perimetro professionale diverso, normalmente nell’interesse di un cliente e nei limiti fissati dalla legge.
Il giornalista investigativo non possiede alcun potere coercitivo. La sua forza è documentale e intellettuale: fonti, accesso agli atti, banche dati lecite, interviste, osservazione, analisi, capacità di mettere in relazione informazioni apparentemente separate».

Redazione: Quanto conta il celebre principio “follow the money”?

Valentina Pelliccia: «Moltissimo, purché venga compreso.
Non significa soltanto seguire un bonifico. Significa capire chi possiede che cosa. Società, partecipazioni, amministratori, beneficiari effettivi quando conoscibili, intermediari, fondazioni, trust, immobili, consulenze, contratti, finanziamenti, donazioni, incarichi.
Il denaro lascia spesso una struttura. Ma anche qui bisogna essere rigorosi: una società offshore non costituisce automaticamente un illecito e una relazione economica non dimostra automaticamente corruzione».

Redazione: Quanto conta il tempo in un’indagine?

Valentina Pelliccia: «Una timeline può cambiare completamente il modo in cui vediamo una storia.
Data, evento, fonte, documento, persone coinvolte, decisione, conseguenza. Mettendo tutto in ordine cronologico emergono coincidenze, contraddizioni e talvolta causalità possibili.
Ma attenzione: il fatto che B avvenga dopo A non dimostra che A abbia provocato B.
Il post hoc ergo propter hoc è una fallacia. La prossimità temporale è un indizio investigativo, non una prova di causalità».

Redazione: È qui che entra la falsificabilità?

Valentina Pelliccia: «Sì. Un investigatore serio deve cercare ciò che potrebbe dimostrare che la propria teoria è falsa.
Karl Popper ha reso celebre questo principio nella filosofia della scienza.
Nel giornalismo significa costruire sempre una spiegazione alternativa.
Se ritengo che un licenziamento sia ritorsivo, devo verificare se quella decisione fosse stata preparata prima della segnalazione. Se penso che una morte sia stata provocata, devo studiare seriamente l’ipotesi accidentale o suicidaria. Se considero un pagamento illecito, devo cercare prima l’eventuale spiegazione contrattuale lecita.
Il confirmation bias è forse l’investigatore corrotto più pericoloso, perché vive dentro la nostra mente».

Redazione: È questo che rende interessante il caso David Rossi?

Valentina Pelliccia: «Sì. Il caso David Rossi dimostra che un dossier apparentemente chiuso può riaprirsi tredici anni dopo».

David Rossi, responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, morì il 6 marzo 2013 precipitando dalla finestra del proprio ufficio a Rocca Salimbeni.
Per anni la ricostruzione prevalente fu quella suicidaria.
Giornalisti come Davide Vecchi hanno continuato a studiare la vicenda e le sue anomalie.
Nel marzo 2026 la Commissione parlamentare d’inchiesta, sulla base delle nuove valutazioni tecniche acquisite, ha affermato di considerare esclusa la dinamica suicidaria e di ritenere intervenuti soggetti terzi. Questo non significa conoscere automaticamente eventuali autori, mandanti o moventi (ANSA).
Un nuovo elemento può riaprire un’indagine. Non autorizza a inventare il colpevole.

Redazione: Quando invece non si elimina una persona, ma se ne elimina la credibilità?

Valentina Pelliccia: «È una delle forme più sofisticate di neutralizzazione.
Non discuto più il documento. Discuto te. Non chiedo più se ciò che dici sia vero. Chiedo se sei stabile, se sei rancoroso, se hai interessi, chi frequenti, qual è la tua vita privata.
La fonte diventa il contenuto e il contenuto originario sparisce».

Redazione: È qui che entra il whistleblowing?

Valentina Pelliccia: «Quando ne ricorrono i presupposti normativi, sì.
La Direttiva UE 2019/1937 e il D.Lgs. 24/2023 riconoscono che chi opera all’interno di un’organizzazione può essere la prima persona a conoscere determinate violazioni e che il timore della ritorsione può impedire la segnalazione».
La retaliation non coincide soltanto con il licenziamento. Può manifestarsi attraverso demansionamento, mancata promozione, modifica delle condizioni di lavoro, intimidazione, molestie, ostracismo, discriminazione e danno reputazionale».

Redazione: Come si dimostra una ritorsione?

Valentina Pelliccia: «Con una ricostruzione causale, non attraverso la sensazione.
Bisogna dimostrare che una segnalazione esista e verificare che ricada nel perimetro normativo. Poi bisogna individuare chi ne fosse a conoscenza, quando ne sia venuto a conoscenza e che cosa sia successo successivamente.
Le motivazioni ufficiali devono essere confrontate con documenti e valutazioni precedenti, con ciò che accadeva prima della segnalazione e con il trattamento riservato a situazioni comparabili.
La vicinanza temporale conta, ma da sola non sostituisce l’accertamento del nesso».

Redazione: Cosa ha detto la Cassazione?

Valentina Pelliccia: «La sentenza n. 12688 del 9 maggio 2024 della Cassazione, Sezione Lavoro, ha affrontato un caso collegato al whistleblowing e al licenziamento, richiamando la necessità di considerare il contesto e la possibile natura ritorsiva della misura.
La tutela del whistleblower non significa però immunità generale per eventuali condotte autonome.
Con l’ordinanza n. 4664 del 21 febbraio 2024, la Cassazione ha inoltre ricordato che mobbing e straining sono categorie di matrice medico-legale e che il cuore della tutela resta la verifica concreta della condotta e dell’eventuale violazione dell’articolo 2087 del codice civile, che tutela integrità fisica e personalità morale del lavoratore» (Corte di Cassazione).

Redazione: Lei precisa però di non avere mai voluto diventare whistleblower del settore nel quale lavorava.

Valentina Pelliccia: «Assolutamente. Non avevo alcuna intenzione di trasformarmi in whistleblower del settore nel quale lavoravo né di costruire un’inchiesta contro le aziende per le quali ho lavorato.

Il mio interesse è più ampio: comprendere che cosa accade quando una persona porta alla luce una criticità capace di disturbare interessi consolidati.
L’organizzazione verifica il problema oppure progressivamente trasforma la persona che lo ha segnalato nel problema stesso?.

Redazione: Ritiene che la delegittimazione sia un fenomeno che possa interessare anche il giornalismo?

Valentina Pelliccia: «Certamente. Sigfrido Ranucci è oggi al centro di vicende pubbliche, professionali e giudiziarie complesse che non voglio semplificare. Il tema della delegittimazione è stato posto anche nell’ambiente di Report.
Sigfrido è un collega e un caro amico. È la persona che, nel giornalismo d’inchiesta, stimo maggiormente. Ne apprezzo il coraggio, ma anche una qualità che considero altrettanto importante: l’umanità».
Il suo lavoro mi ha insegnato che il giornalismo investigativo non consiste nell’avere sospetti. Consiste nel trasformare una domanda in documenti, fonti e riscontri».

Redazione: E la protezione delle fonti?

Valentina Pelliccia: «È uno dei pilastri della libertà di stampa.
Proteggere una fonte non significa soltanto ometterne il nome. Significa valutare sicurezza digitale, comunicazioni, metadati, dispositivi e informazioni che potrebbero identificarla indirettamente.
La Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso Goodwin contro Regno Unito del 1996, ha definito la protezione delle fonti giornalistiche una delle condizioni fondamentali della libertà di stampa» (Corte europea dei diritti dell’uomo).
In Italia l’articolo 200 del codice di procedura penale riconosce ai giornalisti professionisti una specifica tutela sul nome delle fonti fiduciarie, pur con i limiti previsti dalla legge».

Redazione: Quanto è importante chiedere la replica della persona oggetto dell’inchiesta?

Valentina Pelliccia: «È essenziale.
Prima di pubblicare accuse rilevanti bisogna normalmente mettere il soggetto interessato nella condizione di conoscere ciò che gli viene contestato e rispondere.
La replica può rivelare un errore, far emergere un documento sconosciuto, offrire un’interpretazione alternativa oppure rafforzare ciò che abbiamo trovato.
Un giornalista che teme la risposta del soggetto sul quale indaga probabilmente non ha ancora finito l’inchiesta».

Redazione: Passiamo alla mafia. Come si distingue l’analisi di un sistema di potere da una generalizzazione?

Valentina Pelliccia: «La mafia è un fenomeno criminale preciso, non una metafora. L’articolo 416 bis del codice penale richiama la forza di intimidazione del vincolo associativo e le conseguenti condizioni di assoggettamento e omertà.
La storia giudiziaria dimostra che organizzazioni mafiose hanno infiltrato attività economiche, appalti, amministrazioni e politica.
Ma utilizzare la parola mafia per qualsiasi rete di potere rende più difficile persino riconoscere la mafia vera».

Redazione: E la massoneria?

Valentina Pelliccia: «Massoneria e mafia non sono sinonimi. Una loggia massonica regolare non può essere trattata automaticamente come organizzazione criminale.
La storia italiana conosce però il problema delle associazioni segrete e delle strutture deviate. L’articolo 18 della Costituzione e la legge n. 17 del 1982, nata dopo il caso P2, costituiscono riferimenti fondamentali.
La domanda corretta non è: questa persona appartiene alla massoneria?

La domanda è: esiste una struttura occulta che sta interferendo illegittimamente con una funzione pubblica o economica? Se sì, quali atti e quali documenti lo dimostrano?».

Redazione: E la corruzione?

Valentina Pelliccia: «Anche qui bisogna guardare meno al cinema e più ai documenti.
La corruzione penale è disciplinata da fattispecie precise. Ma esiste anche un mondo più ampio di relazioni perfettamente lecite che il giornalista deve osservare: lobbying, revolving doors, consulenze, fondazioni, incarichi, intermediari, conflitti d’interesse, finanziamenti.
La domanda è sempre: chi influenza chi e attraverso quali strumenti?».

Redazione: Arriviamo all’intelligence. Perché questo settore produce così tante teorie?

Valentina Pelliccia: «Perché l’intelligence lavora necessariamente anche attraverso il segreto e il segreto genera immaginazione.
Ma il primo errore sarebbe considerare i servizi di intelligence una struttura extralegale.
In uno Stato democratico l’intelligence è una funzione istituzionale disciplinata dalla legge.
Bisogna distinguere l’attività legittima degli apparati, le deviazioni eventualmente documentate e le teorie prive di prova».

Redazione: Dottoressa, come funziona davvero l’intelligence italiana?

Valentina Pelliccia: «La legge fondamentale è la n. 124 del 3 agosto 2007, che ha riformato il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica.
La responsabilità politica generale appartiene al Presidente del Consiglio dei ministri. Alcune funzioni possono essere attribuite a un’Autorità delegata, nei limiti previsti dalla legge.
Il DIS, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, svolge una funzione centrale di coordinamento. Integra informazioni provenienti dalle Agenzie e dalle altre amministrazioni, favorisce lo scambio informativo ed esercita anche funzioni ispettive».

Redazione: E AISE e AISI?

Valentina Pelliccia: «L’AISE, Agenzia informazioni e sicurezza esterna, opera principalmente rispetto alle minacce provenienti dall’estero e alla tutela all’estero degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali italiani.
L’AISI, Agenzia informazioni e sicurezza interna, opera rispetto alle minacce alla sicurezza nazionale provenienti dall’interno del territorio.
Esiste inoltre il CISR, Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, che partecipa alla definizione degli indirizzi generali della politica informativa per la sicurezza».

Redazione: Chi controlla chi controlla?

Valentina Pelliccia: «È forse la domanda democratica fondamentale.
Il controllo parlamentare è affidato al COPASIR, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
È composto da cinque deputati e cinque senatori e la presidenza spetta all’opposizione.
Il COPASIR verifica che l’attività degli apparati avvenga nel rispetto della Costituzione, delle leggi e nell’esclusivo interesse della Repubblica.
Può svolgere audizioni, acquisire informazioni e documentazione nei limiti della disciplina vigente e approfondire condotte degli organismi informativi.
Il fatto che un’attività sia segreta rende il controllo democratico più necessario, non meno».

Redazione: Che cosa sono le garanzie funzionali?

Valentina Pelliccia: «Sono uno degli aspetti meno conosciuti della disciplina italiana.
In determinate circostanze e attraverso specifiche autorizzazioni, alcune condotte compiute da appartenenti alle Agenzie nello svolgimento dei compiti istituzionali possono beneficiare di particolari cause di giustificazione, pur potendo astrattamente integrare un illecito.
Non significa che un agente possa fare ciò che vuole. Significa esattamente il contrario: poiché l’attività clandestina può richiedere condotte eccezionali, la legge stabilisce procedure, responsabilità e limiti».

Redazione: Il segreto di Stato può coprire tutto?

Valentina Pelliccia: «No.
La disciplina italiana prevede limiti sostanziali. Non possono essere coperti dal segreto di Stato, tra gli altri, fatti eversivi dell’ordine costituzionale, terrorismo, determinate fattispecie di strage, associazione di tipo mafioso e scambio elettorale politico-mafioso» (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica).
Esistono inoltre controlli istituzionali e limiti temporali.
Il principio dovrebbe essere semplice: segreto non significa impunità.

Redazione: Ma la storia dimostra che apparati democratici hanno oltrepassato i propri limiti.

Valentina Pelliccia: «Certamente. Ed è un fatto storico, non una teoria.
Negli Stati Uniti, il Church Committee, la commissione del Senato guidata da Frank Church negli anni Settanta, condusse una delle più importanti indagini parlamentari mai realizzate sugli apparati di intelligence.
Furono svolte 126 riunioni plenarie e 40 audizioni di sottocommissione, ascoltati circa ottocento testimoni ed esaminati circa 110.000 documenti» (Senato degli Stati Uniti).
L’inchiesta documentò eccessi e abusi relativi a CIA, FBI, NSA e altri organismi».

Redazione: Fra questi c’era COINTELPRO. Che cosa fu realmente?

Valentina Pelliccia: «COINTELPRO significa Counterintelligence Program. Fu un programma dell’FBI nato negli anni Cinquanta e progressivamente esteso a organizzazioni politiche e sociali differenti.
La stessa ricostruzione storica dell’FBI riconosce che alcune attività superarono la semplice raccolta di informazioni: infiltrazione, tentativi di creare conflitti interni e operazioni volte a screditare individui e organizzazioni, in alcuni casi anche quando esistevano poche o nessuna evidenza di attività illecite (FBI).
Fra gli obiettivi comparvero movimenti contro la guerra, organizzazioni per i diritti civili, Black Panthers e Martin Luther King Jr.».

Redazione: Quindi la delegittimazione è stata realmente utilizzata come tecnica da un apparato statale.

Valentina Pelliccia: «In quel contesto storico documentato, sì. Ed è una constatazione enorme.
Ma bisogna immediatamente aggiungere l’altra metà: COINTELPRO dimostra che una tecnica del genere è storicamente esistita. Non dimostra che ogni campagna reputazionale contemporanea sia organizzata da un servizio segreto.
Il precedente dimostra possibilità, non responsabilità nel caso concreto».

Redazione: Che cosa erano SHAMROCK e MINARET?

Valentina Pelliccia: «Programmi emersi nelle indagini americane sulla sorveglianza delle comunicazioni. Riguardavano raccolta e analisi di comunicazioni e finirono al centro del conflitto fra sicurezza nazionale e libertà civili.
La questione continua a essere modernissima: quanta sorveglianza può tollerare una democrazia per difendersi senza compromettere i diritti che dichiara di voler proteggere?».

Redazione: E MKUltra?

Valentina Pelliccia: «MKUltra è reale e documentato. Il problema è che attorno al programma storico Internet ha costruito molta mitologia. La CIA realizzò diversi sottoprogetti di ricerca riguardanti sostanze psicoattive, comportamento umano, ipnosi e tecniche d’interrogatorio. Documenti successivamente desecretati attestano anche sperimentazioni che coinvolsero esseri umani, in alcuni casi inconsapevoli» (CIA).
Una parte consistente della documentazione fu distrutta nel 1973, ma altri documenti sopravvissero e furono successivamente recuperati. È metodologicamente interessante perché dimostra che qualcosa che, raccontato senza documenti, sembrerebbe incredibile può essere realmente accaduto.
Ma non permette di attribuire ogni abuso farmacologico, disturbo psichico o comportamento anomalo a un programma segreto».

Redazione: Come dovrebbe comportarsi un giornalista quando qualcuno gli dice “dietro ci sono i servizi”?

Valentina Pelliccia: «La prima domanda dovrebbe essere: quali servizi?.
Quale Paese? Quale Agenzia? Quale struttura? Quale funzionario? Quale ex appartenente? Quale intermediario? Quale operazione? Quale documento?.
Dire “i servizi” non significa nulla dal punto di vista probatorio».

Redazione: Come si dimostra allora un eventuale coinvolgimento occulto?

Valentina Pelliccia: «Serve una catena probatoria molto forte.
Supponiamo di ipotizzare che A voglia neutralizzare B attraverso C. Il movente di A non basta. Le capacità operative di C non bastano».
«Devo dimostrare un rapporto A-C. Devo ricostruire eventuali comunicazioni. Devo stabilire se C potesse realmente raggiungere B. Devo individuare una condotta concreta. Devo cercare tracce finanziarie, digitali o logistiche. E infine devo stabilire se quella condotta abbia causalmente prodotto l’evento.
Poi devo cercare ancora una volta l’ipotesi alternativa.
Senza questi anelli abbiamo una teoria. Quando gli anelli iniziano a essere documentati, cominciamo ad avere un caso».

Redazione: Che cosa può fare un sistema di potere contro qualcuno diventato scomodo?

Valentina Pelliccia: «Non esiste una risposta unica e ogni attribuzione deve essere provata.
La storia documenta pressione economica, esclusione professionale, sorveglianza, infiltrazione, discredito, ostracismo, ritorsioni lavorative, manipolazione informativa e corruzione.
Esistono inoltre le cosiddette SLAPP, Strategic Lawsuits Against Public Participation, cioè azioni giudiziarie che, quando utilizzate abusivamente, possono produrre un effetto intimidatorio nei confronti di giornalisti, attivisti e partecipanti al dibattito pubblico.
Quando entrano in scena organizzazioni criminali o regimi autoritari, purtroppo la storia documenta anche intimidazione fisica e omicidio».

Redazione: Alcuni giornalisti hanno realmente pagato con la vita.

Valentina Pelliccia: «Sì. Ed è proprio perché esistono casi dimostrati che non abbiamo alcun bisogno di inventarne altri.
Peppino Impastato fu assassinato dalla mafia nel 1978. Giuseppe Fava venne ucciso nel 1984 dopo avere raccontato il rapporto fra mafia, affari e potere. Giancarlo Siani fu assassinato dalla Camorra nel 1985, a ventisei anni» .
Ma il fenomeno è internazionale.

Redazione: Anna Politkovskaja?

Valentina Pelliccia: «Anna Politkovskaja, giornalista di Novaya Gazeta, raccontò la Cecenia, la guerra e le violazioni dei diritti umani.
Subì minacce, detenzione e un episodio di sospetto avvelenamento. Il 7 ottobre 2006 venne assassinata nell’ascensore del proprio palazzo a Mosca» (Committee to Protect Journalists).

Redazione: Daphne Caruana Galizia?

Valentina Pelliccia: «È un caso impressionante perché riguarda un Paese dell’Unione europea.
Daphne Caruana Galizia investigava su corruzione, società offshore, politica e interessi economici a Malta. Il 16 ottobre 2017 venne assassinata attraverso una bomba collocata nella propria automobile. Aveva lavorato anche su temi collegati ai Panama Papers e aveva denunciato minacce» (Committee to Protect Journalists).

Redazione: E Ján Kuciak e Martina Kušnírová?

Valentina Pelliccia: «Ján Kuciak era un giovane giornalista investigativo slovacco che lavorava su corruzione, frodi fiscali e criminalità organizzata. Venne assassinato nella propria abitazione nel febbraio 2018 insieme alla fidanzata Martina Kušnírová.
Il possibile movente venne collegato sin dall’inizio al suo lavoro giornalistico.

Redazione: Queste storie dimostrano che chiunque disturbi il potere rischia di essere eliminato?

Valentina Pelliccia: «Assolutamente no. Dimostrano che in casi specifici e documentati il giornalismo investigativo ha incontrato violenza e omicidio. Trasformare questi precedenti in una legge universale secondo la quale ogni morte di una persona scomoda sarebbe un assassinio significherebbe tradire il metodo e, probabilmente, fare un torto anche alle vittime vere».

Redazione: Come può proteggersi un giornalista?

Valentina Pelliccia: «Innanzitutto non restando solo.
Il giornalista romantico che custodisce l’unica copia di un dossier segreto è un’immagine affascinante, ma operativamente fragile.
I documenti sensibili possono essere autenticati, duplicati, cifrati e, quando il rischio lo richiede, condivisi in maniera controllata con più soggetti affidabili.
La sicurezza digitale è ormai parte integrante del giornalismo investigativo: autenticazione multifattore, cifratura, protezione dei dispositivi, attenzione al phishing, gestione dei metadati e comunicazioni sicure».

Redazione: È il modello dei Panama Papers e dei Pandora Papers?

Valentina Pelliccia: «Esattamente. Ed è uno dei passaggi più rivoluzionari del giornalismo moderno.
I Pandora Papers coinvolsero oltre seicento giornalisti appartenenti a circa centocinquanta organizzazioni mediatiche in centodiciassette Paesi e territori. L’indagine si basava su circa 11,9 milioni di file provenienti da quattordici fornitori di servizi offshore» (ICIJ).
Il valore non risiede soltanto nella quantità dei documenti. Risiede nella distribuzione della conoscenza. Se centinaia di reporter in molti Paesi possiedono il materiale, neutralizzare una persona non neutralizza più l’inchiesta. La conoscenza distribuita diventa resilienza».

Redazione: Quindi il giornalismo non deve diventare più potente del potere.

Valentina Pelliccia: «Deve diventare più difficile da silenziare».

Redazione: Passiamo all’industria musicale. Perché Aaliyah la interessa così tanto?

Valentina Pelliccia: «Perché amo profondamente la musica e Aaliyah mi ha sempre suscitato interrogativi. A quindici anni venne celebrato clandestinamente un matrimonio con R. Kelly, che ne aveva ventisette. La documentazione riportava falsamente che Aaliyah ne avesse diciotto. Nel successivo processo federale contro R. Kelly, un suo ex tour manager ha testimoniato di avere pagato una tangente per ottenere un documento falso destinato a rendere possibile quel matrimonio» (The Guardian).
R.Kelly è stato successivamente condannato per gravissimi reati sessuali».

Redazione: E la morte di Aaliyah?

Valentina Pelliccia: «Aaliyah morì il 25 agosto 2001, a ventidue anni, in un incidente aereo poco dopo il decollo dalle Bahamas.
Le indagini individuarono problemi concreti relativi al volo, compreso un grave sovraccarico dell’aeromobile e problemi riguardanti il pilota. È legittimo domandarsi che cosa Aaliyah avrebbe potuto raccontare da adulta sul rapporto con R. Kelly. Non è legittimo trasformare questa domanda nell’affermazione che R. Kelly abbia organizzato la sua morte, perché non conosco prove pubblicamente verificabili che lo dimostrino».

Redazione: La vera domanda, quindi, riguarda l’ambiente che circondava R. Kelly?

Valentina Pelliccia: «Esattamente». E mi domando:
«Come può una persona estremamente redditizia e potente continuare a operare per anni nonostante una quantità crescente di accuse e segnali?».
Chi sapeva? Manager? Collaboratori? Etichette? Professionisti? Media? Quando lo sapevano? E che cosa hanno fatto?».
Questa è una domanda di sistema.

Redazione: Sean “Diddy” Combs?

Valentina Pelliccia: «Il caso è differente. Nel processo federale del 2025 Sean Combs è stato assolto dalle imputazioni più gravi di racketeering conspiracy e sex trafficking ed è stato riconosciuto colpevole di due capi relativi al trasporto di persone a fini di prostituzione» (Reuters).
Una cronaca seria deve raccontare entrambe le parti.

Redazione: Tommy Mottola e Mariah Carey?
Valentina Pelliccia: «Anche qui siamo su un piano differente. Tommy Mottola non può essere assimilato penalmente a R. Kelly o Sean Combs.
Mariah Carey ha però descritto il matrimonio con l’allora potentissimo dirigente Sony come fortemente controllante. Lo stesso Mottola ha riconosciuto retrospettivamente alcuni comportamenti ossessivi» (The Guardian).
Il tema è l’asimmetria di potere: quando la stessa persona è partner sentimentale e contemporaneamente controlla contratto, carriera, accesso all’industria e potere economico».

Redazione: E Justin Bieber?

Valentina Pelliccia: «Su Justin Bieber eviterei qualsiasi conclusione retrospettiva non dimostrata.

La vera domanda riguarda la tutela dei minori nello spettacolo. Quali garanzie indipendenti possiede un adolescente quando entra in un’industria nella quale adulti potentissimi controllano contratto, immagine, denaro e accesso alle opportunità?».

Redazione: Arriviamo alla medicina. Perché il Professor Giuseppe De Donno?

Valentina Pelliccia: «Perché il Professor Giuseppe De Donno rappresenta l’intersezione fra dissenso scientifico, ricerca, comunicazione e industria.
Durante la prima fase della pandemia divenne uno dei principali sostenitori italiani del plasma convalescente, o iperimmune.
Era una strada terapeutica scientificamente plausibile e relativamente accessibile, mentre l’industria mondiale investiva enormemente in vaccini e nuovi trattamenti».

Redazione: Poteva essere scomodo per Big Pharma?

Valentina Pelliccia: «È una domanda economica che può essere posta. Non è una spiegazione della sua morte. Un giornalista deve poter investigare lobbying, brevetti, finanziamento degli studi, conflitti d’interesse, rapporti con autorità regolatorie, pubblicazione dei dati e relazioni fra industria e università. Ma l’esistenza di un interesse economico non dimostra un omicidio.
Il Professor Giuseppe De Donno morì nel luglio 2021. La Procura di Mantova svolse accertamenti anche per verificare eventuali responsabilità di terzi e aprì un fascicolo per istigazione al suicidio. Non risultano pubblicamente prove di un assassinio» (ANSA).

Redazione: Aveva scoperto la cura del Covid?

Valentina Pelliccia: «Le evidenze scientifiche successive non consentono di sostenerlo.
Il plasma meritava sperimentazione, ma non è risultato una terapia universale capace di sostituire vaccini e altri trattamenti. Questo non diminuisce il valore di chi formula un’ipotesi scientifica. La scienza procede precisamente attraverso ipotesi, verifica, conferma o confutazione».

Redazione: Quindi né “pro vax” né “no vax”.

Valentina Pelliccia: «Esatto. Voglio conoscere endpoint, popolazione, variante, durata della protezione, eventi avversi, rapporto beneficio-rischio, farmacovigilanza, conflitti d’interesse e qualità metodologica».
E voglio applicare gli stessi criteri a una terapia alternativa. La scienza non dovrebbe chiedere appartenenza. Dovrebbe chiedere evidenza».

Redazione: Anche Massimo Montinari entra in questa riflessione?

Valentina Pelliccia: «Come esempio del modo in cui dovrebbe essere trattato il dissenso scientifico, sì. Una posizione minoritaria non diventa vera perché è minoritaria e non diventa falsa soltanto perché contraddice il consenso. Ogni affermazione deve essere confrontata con studi, metodo, campione, peer review, replicabilità e insieme delle evidenze disponibili».

Redazione: E il Giuramento di Ippocrate?

Valentina Pelliccia: «Oggi parlerei più precisamente del Giuramento professionale e del Codice di deontologia medico. Il principio fondamentale è l’autonomia del medico dagli indebiti condizionamenti e la corretta gestione dei conflitti d’interesse. Ma deve valere nelle due direzioni. Un medico non dovrebbe prescrivere perché condizionato da una multinazionale. Non dovrebbe neppure prescrivere o rifiutare una terapia perché condizionato dalla propria ideologia. La medicina deve essere indipendente dal mercato e dalla propaganda».

Redazione: Imane Fadil?

Valentina Pelliccia: «È un caso quasi didattico sulla differenza fra sospetto e prova.
Imane Fadil, testimone nelle vicende giudiziarie legate al caso Ruby, morì nel marzo 2019 dopo settimane di ricovero all’Humanitas. Prima della morte riferì di temere di essere stata avvelenata. La Procura di Milano aprì effettivamente un fascicolo per omicidio volontario e l’ipotesi tossicologica venne investigata. Gli accertamenti successivi non confermarono però l’avvelenamento e ricondussero la morte a un grave quadro di aplasia midollare associata a epatite acuta» (ANSA).
Il metodo impone di raccontare tutto: il timore di Imane Fadil, l’apertura dell’indagine per omicidio e la successiva mancata conferma dell’avvelenamento».

Redazione: Marilyn Monroe?

Valentina Pelliccia: «Marilyn Monroe è forse il paradigma mondiale della sovrapposizione fra potere, sesso, politica e mito».
Morì nel 1962, a trentasei anni. La conclusione ufficiale fu un’intossicazione acuta da barbiturici classificata come “probable suicide”. Negli anni sono nate teorie che coinvolgono John e Robert Kennedy, criminalità organizzata, FBI e CIA.
E Marilyn non era la caricatura della bionda ingenua. Leggeva, frequentava intellettuali, aveva sposato Arthur Miller e fondò una propria società di produzione per ottenere maggiore autonomia dagli studios».
Nel 1982 l’ufficio del District Attorney di Los Angeles riesaminò il caso e non individuò prove sufficienti per aprire una nuova indagine per omicidio» (Los Angeles Times).
Il contesto giustifica le domande. Non dimostra l’omicidio.

Redazione: Lady Diana?

Valentina Pelliccia: «Diana Spencer aveva acquisito un potere simbolico enorme.Morì il 31 agosto 1997 nel tunnel del Pont de l’Alma a Parigi insieme a Dodi Al Fayed e Henri Paul. Nacquero ipotesi riguardanti famiglia reale, intelligence britannica, gravidanza e matrimonio. Quelle ipotesi furono investigate attraverso Operation Paget. Non vennero trovate prove di un piano di assassinio organizzato dalla famiglia reale o dai servizi britannici».
Nel 2008 la giuria arrivò al verdetto di unlawful killing, collegando la morte alla guida gravemente negligente di Henri Paul e al comportamento dei paparazzi».
Unlawful killing non equivale alla prova di un complotto dei servizi».

Redazione: Dottoressa, qual è allora la differenza fondamentale fra sospetto e inchiesta?

Valentina Pelliccia: «Il sospetto dice: qualcosa non mi convince. L’inchiesta domanda: che cosa esattamente non mi convince e come posso verificarlo?».
Poi cerca documenti, verifica fonti, costruisce una timeline, segue il denaro, ricostruisce proprietà e relazioni, interroga persone, confronta testimonianze, cerca l’ipotesi alternativa e chiede replica agli interessati».
Soltanto alla fine decide che cosa può realmente pubblicare».

Redazione: Qual è, infine, la missione del giornalismo investigativo?

Valentina Pelliccia: «Non compiacere il potere.
Ma neppure compiacere il pubblico consegnandogli la teoria più spettacolare.
Il giornalismo investigativo dovrebbe vivere nel punto più scomodo: quello in cui si fanno al potere le domande che il potere non vorrebbe ricevere e, nello stesso momento, ci si rifiuta di pubblicare come verità ciò che non si riesce a dimostrare.
Il caso David Rossi dimostra che una ricostruzione apparentemente consolidata può essere riesaminata quando emergono elementi nuovi.
COINTELPRO e il Church Committee dimostrano che persino apparati di una democrazia possono oltrepassare i propri limiti e che proprio per questo il potere deve essere controllato.
Il Professor Giuseppe De Donno dimostra che il dissenso scientifico deve poter essere studiato, ma anche sottoposto alla verifica delle evidenze.
Imane Fadil dimostra che un sospetto gravissimo può essere investigato e successivamente non trovare conferma.
Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Anna Politkovskaja, Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak dimostrano che il giornalismo ha realmente pagato con la vita il prezzo di alcune inchieste.

I Pandora Papers dimostrano però anche qualcosa di straordinariamente moderno: l’informazione può essere distribuita tra centinaia di giornalisti e diventare molto più difficile da cancellare. Il giornalista non dovrebbe essere il megafono del potere».
Non dovrebbe essere neppure il megafono del sospetto.
Dovrebbe essere il custode della domanda e il servitore della prova.
Il potere può sopportare facilmente un’accusa fragile, perché può demolirla. Una domanda costruita su documenti, fonti indipendenti, cronologie, dati e riscontri è molto più difficile da liquidare.
Forse questa è la vera funzione del giornalismo d’inchiesta: non promettere al pubblico di conoscere ogni verità nascosta, ma impedire che una verità documentabile rimanga nascosta soltanto perché qualcuno possiede abbastanza potere da preferire il silenzio».

“ E allora rimane una domanda: se il giornalismo smettesse di fare domande proprio quando quelle domande diventano scomode per il potere, che cosa resterebbe del giornalismo?, mi chiedo”.

La Redazione ringrazia la Dottoressa Valentina Pelliccia per il suo interessante e prezioso contributo.

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